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Come un romanzo d’avventura

· Melania Mazzucco racconta santa Marina ·

Alle Gallerie dell’Accademia di Venezia si conserva una pala d’altare che Tintoretto dipinse per la chiesa del convento benedettino femminile dei Santi Cosma e Damiano, alla Giudecca. Ginocchioni in primo piano, ammantati nella rossa veste dottorale, Cosma e Damiano, medici, guaritori e patroni dei dottori, offrono alla Madonna — che appare loro in cielo con Gesù bambino in braccio, in un tripudio di angeli — gli strumenti del loro mestiere: una bacinella, il cantero, il bisturi. La pala era infatti destinata all’altare dei medici anargiri (ovvero, che operavano gratis). Ma i due santi non sono i soli a contemplare la Madonna. Fra le nuvole sostano santa Cecilia, a sinistra, e a destra san Secondo (lui pure santo taumaturgo, protettore delle partorienti cui facilitava l’espulsione della placenta). Ma chi è la figura al centro dell’immagine?

Sembra un giovane monaco coi capelli rasati, avvolto in un rozzo saio di tela. Circonfuso di splendore dorato, volge gli occhi al cielo. Fra seno e spalla, dolcemente, stringe, con naturalezza, la testa di un bimbo. Non un attributo ma il gesto premuroso ci rivela la sua identità. L’enigmatica e androgina figura è santa Marina.

Jacopo Tintoretto «Madonna col Bambino e i santi Cecilia, Marina Secondo, Cosma e Damiano»

A Venezia vantava una chiesa a lei dedicata, nella zona commerciale di Rialto. Vi si veneravano le sue reliquie, da quando un mercante veneziano aveva trafugato il suo corpo, donandolo alla città natale. Le monache benedettine, committenti del quadro, avevano particolare ragione per far effigiare Marina nella posizione privilegiata di tramite fra cielo e terra. Marina (Celsi) era infatti il nome della badessa che aveva fondato il convento, nel xv secolo. Ma Tintoretto dovette rallegrarsi di poter valorizzare proprio Marina.

La storia di Marina è un avvincente romanzo d’amore e d’avventura, che ebbe infatti uno straordinario successo e fu tradotta in molte lingue. La santità e il miracolo sono ingredienti secondari di una narrazione popolare che della novella e della favola ricalca l’intreccio, la dinamica, i personaggi. Siamo nell’viii secolo, in Medio Oriente, terra leggendaria di asceti, eremiti, deserti e digiuni. Quella di Marina è una famiglia di ferventi cristiani della Bitinia. Orfana di madre, cresce col padre, che ama profondamente e da cui è profondamente amata. Quando il padre entra in convento e si fa monaco, entrambi quasi si ammalano di dispiacere. Così, pur di non separarsi, escogitano un inganno. Il padre le taglia i capelli, Marina si traveste da ragazzo, e si fa monaco nello stesso convento col nome di frate Marino. Marina/o prega, digiuna, questua. Anche dopo la morte del padre, e per anni, nessuno dei confratelli nutre il minimo sospetto sulla sua identità. Finché un giorno la figlia di un oste nella cui locanda frate Marino e i suoi compagni hanno passato la notte, rimane incinta (di un soldato). Costretta a confessare la colpa, la ragazza accusa Marino di essere il padre. Per dimostrare la propria innocenza, Marina dovrebbe solo rivelare la sua natura. Non lo fa. Si accolla un peccato che non ha commesso. Si sacrifica, per amore di Dio e del suo prossimo. La bugiarda diventa indemoniata, ma Marina viene scacciata dal convento e costretta a rintanarsi in una grotta, e poi a prendersi cura del bimbo nel frattempo venuto al mondo, Fortunato. Vive di elemosina, in miseria, col piccolo sempre in braccio. Mossi a compassione, dopo qualche tempo i monaci la riaccolgono, ma Marina si è ammalata per gli stenti, e muore poco dopo. Solo quando spogliano il suo cadavere, i monaci scoprono la verità. Il loro compagno era una donna. L’indemoniata corre a prendere congedo dalla sua vittima, e appena si avvicina al corpo viene miracolosamente liberata dai suoi demoni.

Questa storia di amore paterno, travestimento e sacrificio dovette piacere a Tintoretto. Ma anche a sua figlia Marietta. La primogenita, amatissima, avuta dall’amante prima che il pittore contraesse rispettabile matrimonio con la figlia di un suo amico. Come il padre di Marina, anche Tintoretto aveva cresciuto la figlia, quasi fosse orfana. Come quello, pur di tenersela accanto l’aveva travestita da maschio. Aveva scandalizzato la società, ma aveva potuto così insegnarle a dipingere e a frequentare un mondo che altrimenti, come femmina, le sarebbe stato precluso. La storia dei Tintoretto fu meno romanzesca di quella di Marina. Non ci furono gravidanze misteriose, né accuse infamanti (solo pettegolezzi). Ma un sacrificio ci fu ugualmente. Se Marina rinuncia alla propria vita per amore del padre, e di Dio, Marietta fa altrettanto. Rinuncia alla propria possibile gloria di pittrice e nel 1578 acconsente a un matrimonio che non desidera, rinchiudendosi tra le mura di una casa qualsiasi.

La pala dei Santi Cosma e Damiano venne commissionata a Tintoretto sul finire del 1579, e consegnata qualche tempo dopo (prima del 1583). Così, l’omaggio delle monache benedettine alla fondatrice del loro convento e alla santa di cui l’aristocratica portava il nome divenne anche un poetico e privato omaggio del padre alla figlia.

E il bambino? Non sappiamo che ne è stato di Fortunato, di cui Marina si era presa cura come fosse davvero suo figlio. Se sia rimasto per sempre in convento, o se sia tornato nel mondo, con la madre naturale, perdonata dalla santa dall’al di là. I documenti ci dicono però che sul finire del 1579 Marietta era incinta. Nel quadro, Marina offre la creatura alla Madonna e al Bambino Gesù. Tintoretto faceva altrettanto con la figlia di sua figlia? (In quel periodo, il pittore mandò in un convento benedettino la figlia Gerolama, e si augurava che tutte le sue quattro figlie legittime prendessero il velo). Marina morì a venticinque anni, Marietta poco dopo i trenta. Rimasta orfana, la figlia cercò la sua via nel mondo. Le sue tracce si perdono nella Venezia del xvii secolo. Santa Marina invece è ancora lì. La chiesa a lei intitolata non esiste più, ma le sue reliquie sono ancora custodite a poca distanza, in una teca d’oro, nella chiesa di Santa Maria Formosa.

                      Melania Mazzucco

Scrittrice romana di primo piano, Melania Mazzucco lavora anche per il teatro, il cinema, radio e televisione. Del 2003 è il romanzo Vita, vincitore del Premio Strega che ha grande fortuna anche all’estero. Nel 2005 pubblica Un giorno perfetto (Premio Hemingway e Premio Roma), romanzo corale che racconta ventiquattro ore nella vita di una dozzina di personaggi nella Roma contemporanea. Nel 2009 il libro diventa un film. Due opere successive sono dedicate a Jacopo Tintoretto e alla figlia Marietta, premiate con il Premio Benedetto Croce, e premio Comisso per la saggistica. Nel 2011 seguono altri due importanti riconoscimenti, il Premio Viareggio-Tobino alla carriera e il Premio De Sica per la letteratura. Nel 2012 le viene conferito il premio Elsa Morante per la narrativa per il suo romanzo Limbo.

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