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Come in un racconto di Borges

· Le decorazioni di palazzo Spada tra classicismo e cristianesimo ·

Saverio Urcioli, autore dell’ultima monografia su Palazzo Spada ( Palazzo Spada. Il percorso ritrovato. Nuovi studi sulle decorazioni cinquecentesche , Roma, De Luca Editore, 2017, pagine 120, euro 30), è morto improvvisamente in ancor giovane età. Rimane il vivo compianto per un collega, per un amico che aveva dedicato a quell’edificio romano, oggi sede del Consiglio di Stato e appartenuto, in passato, al cardinale Girolamo Capodiferro e poi agli Spada Veralli, gli studi dei suoi ultimi anni. E rimane, a mantenerne vivo il ricordo, un libro che chiude magistralmente il trittico dedicato a Palazzo Spada dalla moderna storia dell’arte italiana: prima con la disamina scientifica dei quadri della Galleria (Federico Zeri, 1954), poi con il volume monografico di Lionello Neppi (1974). 

Sala di Pompeo (a sinistra)

Palazzo Spada, un edificio che è quasi un clone, sia pure in proporzioni ridotte, del vicino Palazzo Farnese, richiedeva per essere analizzato con efficacia, i saperi dello storico dell’arte uniti a quelli dell’iconografo, dell’iconologo, dell’archivista: saperi, tutti, che Urcioli ha dimostrato di possedere e di dispiegare in modo esemplare. Perché Palazzo Spada, nella sua redazione plastica e pittorica databile fra il 1548, penultimo anno di vita di Paolo III e il grande giubileo del 1550, è una sciarada iconografica e iconologica, è una foresta di simboli, di allegorie, di emblemi, è un labirinto di significati che rimandano ad altri significati, come in un racconto di Borges.
Non è tanto importante conoscere i nomi degli artisti, mai di primo piano, che hanno lavorato alla edificazione e alla decorazione dell’edificio: dall’architetto Bartolomeo Baronino già attivo in Palazzo Farnese, ai pasticatori e freschisti Giulio Mazzoni, Diego di Fiandra spagnolo, Tommaso del Bosco fiorentino, Leonardo Sormani milanese, Siciolante da Sermoneta. È importante intendere l’idea che governa il progetto, idea che è totalmente imputabile al committente, il cardinale Girolamo Capodiferro, eminente uomo di Curia, governatore in Romagna e in più occasioni legato in Francia.
A Roma si diceva che il Capodiferro fosse figlio naturale di Papa Farnese, verso il quale dimostrò sempre appoggio politico incondizionato e devozione filiale. Dopo la morte di Paolo III, nel conclave del 1549, forte dell’appoggio dei cardinali francesi, fu a un passo dall’esser fatto Papa. Solo la ferma opposizione degli imperiali, impedì una elezione che sembrava certa.
Nel suo palazzo romano il cardinale Capodiferro volle che fosse illustrato un concetto che attraversa come un filo rosso la storia della Chiesa. Il concetto è questo: la Rivelazione, nel suo disegno provvidenziale, ha fatto santa la storia, soprattutto la storia greco-romana, e di questa storia, santificata dalla Rivelazione, la Chiesa di Roma è l’erede istituzionale e politica. È per questa ragione che l’Apollo del Belvedere e il Laocoonte, la Venus pudica e l’Ermes sauroctonos abitano i Musei Vaticani. È per questo che nelle collezioni del Papa, a rappresentare gli dei dell’Olimpo e gli eroi del mito ci sono più uomini e donne nudi che in qualsiasi altro museo del mondo.
Prendiamo la facciata del palazzo. Qui, per la regia del Baronino e l’esecuzione plastica di Leonardo Sormani e di Tommaso del Bosco, sono raffigurati, in statue di stucco dentro nicchie, i protagonisti della storia romana: Romolo, Numa Pompilio, Fabio Massimo fino ad Augusto e a Traiano. Stanno lì a rappresentare la civiltà romana di cui la Chiesa di Paolo III è erede. Le didascalie in latino illustrano le virtù e il destino dei singoli personaggi. Non manca il “memento” sulla vanità delle umane fortune: Gneo Pompeo (spiegano le iscrizioni) che ha conosciuto la gloria ma non ha avuto sepoltura, Giulio Cesare che ha sparso tanto sangue nelle sue guerre vittoriose ed è morto nel suo sangue, trafitto dai pugnali dei congiurati. E non manca la dichiarazione di fedeltà al Papa regnante nell’emblema al centro della facciata: il cane che guarda la colonna fiammante di cui parla l’Esodo, sotto la didascalia latina che dichiara la fedeltà totale e perenne, in ogni tempo ( utroque tempore ).
Nel cortile interno ancora statue in stucco raffiguranti gli dei dell’Olimpo sovrastano fregi che raccontano le fatiche di Ercole e il combattimento fra i Centauri e i Lapiti. È, anche questo, un programma iconografico allusivo al buon governo farnesiano che sovrasta e domina la violenza ferina e la guerra.
All’interno del palazzo, negli affreschi della Sala delle Stagioni, gli dei dell’Olimpo (Cronos, Flora, Cerere, Bacco) governano e rappresentano il ciclo del Tempo e i quattro elementi costitutivi dell’universo: aria, acqua, terra, fuoco. Ma c’è anche la rappresentazione criptica, cifrata, delle due chiese, quella ebraica e quella cattolica e c’è, nel soffitto intagliato e dorato, il riferimento alla storia, anzi alla cronaca recente; nei gigli farnesiani alternati alle mezzelune, simbolo queste ultime di Diana cacciatrice ma allusive anche al nome di Diana, figlia naturale del re di Francia Enrico II andata in sposa a Ottavio Farnese, il nipote del Papa che, insieme al cardinale Alessandro, figura nel quadro celebre di Tiziano a Capodimonte.
Qui, come nelle altre sale che si succedono all’interno del palazzo (Sala dei Forti Romani, Sala di Achille, Sala di Callisto, Sala di Alessandro Magno, Sala di Enea) è tutto un susseguirsi di messaggi cifrati, di allegorie e di simboli il cui dominatore comune è la gloria dell’Antico evocata e replicata dal governo, improntato a maestà e pacificazione, di Paolo III; il Papa che nel 1545 aveva aperto il Concilio di Trento e che, pochi anni prima, aveva trasferito dal Quirinale alla Piazza del Campidoglio, collocandola sopra il mirabile litostroto disegnato per lei da Michelangelo, la statua bronzea di Marco Aurelio.
Quell’imperatore sapiente, la mano tesa in un gesto di pace, che volta le spalle al Colosseo percorso dal sangue dei martiri e guarda a San Pietro, alla tomba del principe degli Apostoli, rappresentava particolarmente bene gli ideali irenici ed ecumenici della Chiesa di Roma. In quello spirito e in onore di quel Papa, prese forma il palazzo del cardinale Capodiferro.

di Antonio Paolucci

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23 marzo 2019

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