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Come un naufrago alla deriva

· ​Crisi morale e di identità nelle opere del tedesco Hans Fallada ·

C’è un unico segreto tra Anna e suo marito Otto, i due protagonisti del libro dello scrittore tedesco Hans Fallada, Ognuno muore solo: lei crede ancora in Dio, nonostante gli orrori perpetrati dal regime nazista. Ma lui, che nega l’esistenza di un’entità divina, non lo sa. E quando la giovane Trudel, che avrebbe dovuto sposare il figlio di Anna e Otto (che morirà al fronte) le chiede come riesca ad avere fiducia in Dio che permette il dilagare della barbarie, Anna risponde che è proprio la fede l’unica speranza in un mondo ingiusto, la sola luce in uno scenario oscurato da fanatismo e corruzione. 

«È la fede in Dio che mi rende sicura che io e Otto vivremo insieme anche dopo la morte» dice Anna alla giovane, sopraffatta dallo stupore davanti a una frase pronunciata con imperturbabile serenità. In questo passaggio sta la chiave del libro che la Penguin Random House Uk ha ristampato — con la traduzione dal tedesco di Michael Hofmann — per ricordare un doppio anniversario: i settant’anni dalla morte dell’autore e dalla prima pubblicazione dell’opera (1947). Lo scrittore, infatti, compose il libro, di circa seicento pagine, in soli ventiquattro giorni, ma morì prima che fosse dato alle stampe. Va ascritto alla Penguin il merito di aver riconosciuto in questo anniversario l’occasione propizia per richiamare l’attenzione su uno scrittore di indiscusso valore, oggi ingiustamente dimenticato. Un anniversario celebrato, dunque, nel mondo anglofono con questa iniziativa editoriale, ma ignorato altrove.
La fama di Fallada, le cui opere sono state tradotte in diverse lingue, è legata in particolare al romanzo del 1932 Kleiner Mann, was nun? (“E adesso, pover’uomo?”). Attraverso la narrazione delle vicissitudini di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinneberg, rappresentante della borghesia onesta e laboriosa, l’autore denuncia l’ingiustizia di un mondo le cui spirali rischiano di stritolare anzitutto le persone «giuste e trasparenti». Di fronte a un destino oscuro e indecifrabile, di chiaro sapore kafkiano, al protagonista non resta che chiedersi «e adesso?»: in questo interrogativo, che dà il titolo al libro, vi è la sintesi dello sconcerto della persona, concepita come un’entità impotente in uno scenario che irride principi e regole. Il romanzo risultò profetico: qualche mese dopo la pubblicazione del libro Hitler ascese al potere. E da allora quel senso di smarrimento, linfa vitale del libro, varcherà i confini della finzione letteraria: solo qualche anno più tardi sarebbe scoppiata la seconda guerra mondiale.
Presentendo il peggio, Fallada si ritirò nella località di Carwitz, dove scrisse alcuni dei suoi lavori più conosciuti: Il giovane Goedeschal (1936); Aspettavamo un bimbo (1937); Vecchio cuore va alla ventura (1938). Opere tutte volte a scandagliare, attraverso il dramma personale dei protagonisti, i mali di una società in lento disfacimento, in cui la crisi economica finisce per trasformarsi in una crisi morale: a pagare il prezzo più alto di questa corrosiva involuzione è la persona onesta che, come un naufrago alla deriva, annaspa e si dimena per sfidare i marosi e non affogare. E in questo scenario trova riscontro un’evidente proiezione autobiografica: infatti, sin da giovane vittima dell’alcol, Fallada (che il padre avrebbe voluto avvocato) cercò, con tutte le sue forze, di non soccombervi. Ma sprofondò nell’abisso.
Basata su una storia vera, l’opera tradotta in inglese dalla Penguin è incentrata sull’azione di resistenza contro Hitler condotta da Otto, caporeparto di uno stabilimento che fabbrica bare, e da Anna, casalinga: pur nella consapevolezza di una missione impossibile, la coppia riesce a trarre da essa le motivazioni per affermare la propria dignità e i propri ideali. Otto comincia a scrivere cartoline in cui denuncia i misfatti del Führer e, accompagnato dalla moglie, le colloca — in un’atmosfera di crescente suspense — in alcuni uffici pubblici di Berlino, con la speranza che la popolazione prenda coscienza delle turpitudini di un regime che fa scempio dei più elementari diritti umani. È un’operazione ad altissimo rischio: basta un solo sguardo che sorprenda Otto mentre deposita la cartolina perché la coppia finisca nei velenosi artigli della Gestapo.
Nella Berlino della seconda guerra mondiale, pullulante di spie e delatori, quel gesto, un aperto e clamoroso affronto a Hitler, può infatti essere giudicato come un atto di alto tradimento. Ma è proprio la semplicità di quel gesto — Otto non ha mai letto libri e, prima di queste cartoline, non ha quasi mai preso una penna in mano — a divenire simbolo di una lotta che, sebbene impari, esprime una forza dirompente, che trascende anche contingenze quotidiane e circostanze storiche.
Per evitare prevedibili rappresaglie, Fallada dovette aspettare la fine della guerra per scrivere il libro, definito da Primo Levi «uno dei più belli sulla resistenza tedesca contro il nazismo». Dall’opera sembra gradualmente scomparire, con il progredire della trama, ogni traccia di sensibilità e di pietà, tanto fitta è la tela di angherie e misfatti, ordita, a danno della gente onesta, nella più sfacciata impunità. Eppure da questo raggelante affresco — dominato dalla solitudine che accomuna oppressori e oppressi — emergono personaggi (il compagno di prigionia di Otto e il reverendo Lorenz) che riscattano l’umanità.

di Gabriele Nicolò

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24 agosto 2019

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