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Come un giovane in corsa con tanto da dire e da fare

· Gli ottant’anni di Paolo Portoghesi ·

L’ottantesimo compleanno dell’architetto Paolo Portoghesi sarà festeggiato in Vaticano in occasione della presentazione dei prototipi del nuovo arredamento del Salone Sistino, che presto verrà riaperto agli studiosi della Biblioteca Apostolica, come nuova sala di studi.

Abbiamo chiesto al professore quali sentimenti abbia provato nel presentare questo progetto in una ricorrenza così delicata. Ha risposto di avere la sensazione di tornare indietro negli anni: «Fino a quella mattina d’inverno, resa cristallina dal vento di tramontana, era il 1952, in cui, appena compiuti i ventuno anni che occorrevano per avere il permesso, entrai nella Biblioteca Vaticana con una lettera di presentazione di Rudolf Wittcower. Volevo studiare i due codici che il cardinale Ehrle aveva acquistato a Campo de’ Fiori, appartenuti a Virgilio Spada, che custodivano una ventina di disegni di Borromini. Iniziava così la mia carriera di studioso e anche di architetto. Frequentavo il secondo anno della facoltà, e la mia vocazione a progettare e a costruire era nata all’insegna di Borromini. Studiando i suoi disegni mi sembrava di averlo vicino come maestro e come padre spirituale, molto più vicino dei professori della facoltà, che erano ancora gli architetti del passato regime e si vedevano molto di rado nella aule di Valle Giulia. Analizzando i due codici vaticani, pubblicai per la prima volta un disegno che attribuivo alla Villa Pamphili a San Pancrazio. Era uno dei disegni borrominiani più discussi negli ultimi decenni».

Gli abbiamo chiesto se in quel primo saggio ci fosse qualcosa che avrebbe voluto ricordare. Ci ha risposto leggendoci la riflessione conclusiva: «Spogliati dalla faticata realtà delle fabbriche, questi disegni dovevano mostrare il rischio da cui Borromini si era salvato, per virtù della sua vocazione di umiltà. Dovevano portare evidentissimo il segno di quella “irreparabile scissura” di cui ha scritto Bernanos: Se l’opera del santo è la sua stessa vita ed egli è tutto nella sua vita, l’uomo di genio è così poco presente nella sua opera, che essa è quasi sempre una spietata testimonianza contro di lui. Se egli attua quella meraviglia di ispirazione e di equilibrio che è l’opera d’arte compiuta, quando la divina carità non vi collabori, per una sorta di mostruosa specializzazione che esaurisce tutte le potenze dell’anima, la lascia divorata d’orgoglio in un egoismo disumano».

Quanta verità in queste parole, ancora oggi di profonda attualità.

L’ottantesimo genetliaco è per Portoghesi un bellissimo traguardo, che il professore attraversa con l’ allure di un giovane in corsa, con molto da dire e molto da fare. Riuscire a riassumere in poche righe l’uomo e l’artista, sembra però un’impresa titanica.

Come molti artisti autentici, anche Portoghesi non ha cessato di lottare per le sue idee che spesso turbano le coscienze dei cosiddetti benpensanti dell’architettura internazionale. A lui si deve infatti lo sviluppo della «geo-architettura», nuova scuola di pensiero che dovrebbe riproporre il valore della differenza, convincendo le archistar a rispettare e difendere il genius loci dei posti in cui sono stati chiamati a intervenire. L’architettura che propone Portoghesi, infatti, non è mai autoreferenziale, perché si basa su una radice che vede il senso di responsabilità come fine dell’etica.

Sia dall’opera, che dagli scritti, traspare una profonda religiosità che trova il suo attestato in una mostra da lui organizzata nel 1992 negli antichi granai della Giudecca, con il titolo: «Architettura e Spazio Sacro della Modernità». È stato l’ultimo impegno realizzato da presidente della Biennale di Venezia. In quell’occasione Portoghesi citò anche Pascal a proposito del suo tormentato e mai chiuso dialogo con il sacro, «Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato».

Tra gli scrittori da lui amati c’è anche Elias Canetti. Ne ricorda una frase in cui egli stesso si riconosce: «Le religioni si trasmettono per contagio. Appena ci si addentra in una, subito sentiamo che un’altra si risveglia in noi».

Non a caso, come si sa, Portoghesi, da uomo profondamente religioso, si è più volte cimentato nella progettazione e realizzazione di edifici sacri, senza nessuna preclusione per confessioni diverse da quella cristiana. È infatti autore di più di una moschea, da quella di Roma alla più recente di Strasburgo, ma anche della chiesa della Sacra Famiglia a Salerno e di quella dei Santi Cornelio e Cipriano a Calcata.

«Ho ancora tanta voglia di lavorare», ci dice di ritorno dall’Argentina, dove sta realizzando un centro turistico. Paolo Portoghesi sembra infatti «felicemente immune dal peso dell’età», se consideriamo che vola di continuo a Strasburgo, sta curando la sistemazione di piazza San Silvestro a Roma, sta progettando un nuovo quartiere a Senigallia, continua dare lezioni a La Sapienza da «professore pensionato», scrive libri, dirige riviste ed è impegnato nel Consiglio Superiore dei Beni Culturali.

Gli chiediamo se però continua a coltivare sogni nel cassetto. Senza pensarci risponde che uno ce n’è: «Oltre a vedere costruita la torre che ho progettato per Shanghai, vorrei tanto costruire una chiesa a Roma. Non vorrei morire come l’architetto della moschea».

In effetti il progetto di una chiesa per Roma lo ha già realizzato: è una chiesa dedicata a San Benedetto Patrono d’Europa. La maquette è stata donata a Sua Santità in occasione del sessantesimo anniversario di sacerdozio, festeggiato dal Pontificio Consiglio della Cultura con una mostra omaggio di sessanta artisti.

La storia di Portoghesi architetto attraversa mezzo secolo, partendo dal lontano 1959, quando giovanissimo progettò e realizzò Casa Baldi, edificata nella campagna romana su di un dirupo tufaceo. Con i suoi muri «inflessi» di morbido tufo, questa abitazione rappresenta il primo esempio di uno spazio inteso come «sistema di luoghi». Né va dimenticata l’importanza degli studi di Portoghesi su Borromini, di cui continua a darci un’interpretazione creativa dei principi di base nei suoi progetti, nonché quelli su Giovan Lorenzo Bernini, Carlo Rainaldi e in generale su tutto il barocco romano.

Tra i meriti oggettivi di Portoghesi c’è anche quello di aver sempre rispettato e valorizzato i propri colleghi. Ne è un esempio la celebre Via Novissima, realizzata nell’Arsenale di Venezia, che nel 1979 era ridotto a magazzino dei residuati bellici della prima guerra mondiale. Portoghesi fece bonificare quegli spazi e vi fece costruire dalle maestranze di Cinecittà venti facciate di edifici di una moderna metropoli, firmate dai più famosi architetti del mondo. La possibilità di passeggiare e toccare le opere a grandezza naturale, non solo rese comprensibile i progetti anche a un pubblico profano, ma ebbe come conseguenza un successo planetario, tanto che la mostra passò a Parigi e poi a San Francisco.

Quando però è il caso di parlare fuori dai denti dei colleghi, Portoghesi non si tira certo indietro. Infatti ha dichiarato che «una delle cose strane dell’Italia è che riesce a ottenere dagli architetti dello star system le loro opere peggiori». Ed è molto interessante quando sostiene, a proposito dell’architettura, che «bisogna detronizzare l’idea dell’architettura vista solo come arte, perché in questo modo l’architettura è privata dei suoi nutrimenti vitali… Ciò che io chiamo geo-architettura è una disciplina che fa i conti con elementi irrinunciabili: il bisogno di essere alleati della terra, di dialogare e scendere a patti con la natura, non solo per risparmiare energia, ma per realizzare la pienezza dell’essere».

Gli chiediamo quindi il significato delle sue scelte per piazza San Silvestro a Roma. «Ho accettato di dare dei suggerimenti perché lo ritenevo un dovere. La divisione della piazza in due parti era una scelta non reversibile per via della strada centrale, ma “ascoltando” il luogo ho cercato di capire quali erano le sue vocazioni. Da una parte ho sottolineato il sagrato della chiesa di San Silvestro, dall’altra ho suggerito degli assi ortogonali con il Palazzo delle Poste, Palazzo Marignoli e quello dell’Acqua Marcia. Il mio principale obiettivo era infatti quello di realizzare una piazza nel linguaggio della città, pensato anche per ospitare manifestazioni culturali. Dirò di più, la mia aspirazione era di restituire ai romani qualcosa di simile a piazza Colonna, centro geometrico e per molti anni centro vitale di Roma. Oggi come centro della città politica è diventata un deserto, ma lì un tempo, sotto la colonna, suonava la celebre banda del maestro Vessella, dove mio padre apprese ad ammirare Wagner».

Replichiamo che tutte le piazze di Roma sono caratterizzate da elementi centrali, come obelischi, colonne e fontane. Che uno spazio così vasto e privo di un fulcro è inconcepibile, perché sarebbe come immaginare piazza del Popolo o San Pietro senza i loro obelischi. Certo, i monoliti egiziani non sono più reperibili, ma è possibile che Comune e Soprintendenza non abbiano pensato ad altro? «È vero, nella conferenza stampa non se n’è parlato, ma ho fiducia che, realizzata la piazza, l’esigenza di un elemento che sottolinei la centralità diventi chiaro per tutti. Penso infatti a una fontana, abbastanza importante da colpire l’attenzione di chi imbocca via del Tritone».

Ci sarebbero ancora tante cose da dire su Portoghesi, come il parlare della sua casa di Calcata, nel viterbese, che con un parco e uno zoo sembra più una cittadella ideale. Per non parlare della sua bibliofilia, che lo ha portato ad avere in casa dieci biblioteche tematiche, sparse per il giardino. «Cicerone diceva che se hai una biblioteca che si apre sul giardino non ti manca nulla», commenta ridendo.

Prima di congedarci gli abbiamo voluto chiedere le ragioni della sua ammirazione per Benedetto XVI. «Ho letto molti suoi libri, scritti come cardinale e poi come Papa, e ho sempre ritrovato nelle sue parole la forza delle certezze. Di solito viene accusato di essere un Papa conservatore, ma io penso, al contrario, che sia un innovatore, perché preservando le energie della fede dalla dispersione, consentirà al cristianesimo di interloquire con la cultura della modernità non per subirne passivamente l’influenza, ma per correggerne la rotta. Trovo poi importante l’affermazione del dovere del cristiano di proteggere il creato, così come l’invito a voltare pagina rispetto al consumismo e lo spreco. In materia di ecologia e rispetto per il creato l’insegnamento di Benedetto XVI ci fa capire che un ritorno alle radici cristiane potrebbe salvare la terra dall’azione negativa dell’uomo».

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13 dicembre 2019

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