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​Come un gioco di specchi

· ​«Il mendicante di Gerusalemme» di Elie Wiesel ·

Un libro di Elie Wiesel mai prima d’ora tradotto in italiano, questo Il mendicante di Gerusalemme, scritto in francese nel 1968 prima che il suo autore si trasferisse negli Stati Uniti, apparso presso Seuil, e stranamente mai tradotto in inglese. Eppure con questo romanzo lo scrittore, che nel 1986 avrebbe ricevuto il premio Nobel per la pace, era stato premiato in Francia con un importante riconoscimento, il premio Médicis.

Un convoglio militare israeliano durante la guerra dei Sei Giorni

Il romanzo, tradotto in italiano da Francesca Cosi e Alessandra Repossi (Milano, Edizioni Terra Santa, 2015, pagine 207, euro 15) si svolge a Gerusalemme nel corso della guerra del 1967 e della conquista dell’intera città da parte di Israele. La guerra dei Sei Giorni però fa soltanto da cornice a una storia a metà tra il reale e l’onirico, che si chiude con il Muro Occidentale divenuto teatro della riconquista ebraica, con i vivi che lo espugnano accompagnati dai sei milioni di morti della Shoah. L’esaltazione della vittoria nella guerra e la memoria delle vittime della Shoah si fondono, ma tutto questo non diviene, come potremmo pensare, strumento di esaltazione nazionalistica dello Stato, bensì assume una delicata dimensione di sogno in cui ciò che prevale è una dolente ricomposizione di vita e memoria.

Non è quindi, contrariamente a quel che si potrebbe credere, un libro sulla guerra dei Sei giorni, e la Shoah resta in primo piano. Lo stesso protagonista, l’io narrante, David, non è un soldato e non fa parte dell’esercito, è una specie di osservatore esterno anche rispetto ai suoi amici che invece combattono la guerra. E anche fra loro, nonostante la forte carica di emozione delle pagine dedicate alla vittoria, c’è ironia, pena, autoconsapevolezza, e lo stesso eroismo è taciuto e sofferente. Sono vincitori che assomigliano a vinti.

Il contesto è quindi la guerra del 1967, il terrore degli ebrei del mondo di un ripetersi della Shoah, la vittoria che va al di là delle più rosee previsioni, inaspettata. Ma si tratta solo di una cornice, anche se poi le cornici sono molteplici, come in un gioco di specchi. Ci sono intrecci di storie che si inseguono, narrate ora da uno ora dall’altro e che ci ricordano incessantemente altre storie. C’è il Muro Occidentale, che alla fine tornerà agli ebrei, ma che è il luogo del raduno dei vivi e dei morti, dei mendicanti (non sappiamo quanto reali o quanto fantasmi) tra cui David si muove. Questi mendicanti, come in un romanzo yiddish dello shtetl, dialogano, filosofeggiano, e soprattutto sognano.

E poi Gerusalemme, che Wiesel ci descrive con tinte di fuoco nei suoi tramonti, e che è l’altra protagonista del libro, accanto al mondo perduto dell’Est Europa, con quelle città degli ebrei abitate solo nei sogni: il mondo della Diaspora distrutto dalla Shoah, un mondo che Wiesel — che è anche lui un sopravvissuto ad Auschwitz — continua ad abitare senza mai lasciarlo andare. E poi ci sono i doppi: David e il suo misterioso amico Katriel, che fa parte del battaglione a cui David si aggrega, che morirà — chissà? — nella battaglia finale. E Malka, la sua vedova, che si trasforma agli occhi amorosi di David nella donna non ebrea che lo ha salvato, nella Shoah, immolando se stessa.

Ma dentro questo susseguirsi di doppi, teatri, cornici, inciampiamo senza saperlo in due capitoli a sé, dominanti, scritti in modo da distinguersi e differenziarsi, come fossero pietre preziose incastonate nel racconto. Il primo è quello che ci narra del massacro nazista di un villaggio ebraico dell’Est: gli ebrei sono portati nel bosco, obbligati a scavare le fosse e poi assassinati. Ma il giovane ufficiale nazista fa un patto con loro perché muoiano in ordine, famiglia per famiglia, gli uni accanto agli altri. L’altro capitolo diverso dal resto del libro è la storia di Ileana, la donna che nasconde un ebreo e che cerca di salvarlo quando tutto il paese si raduna alla sua porta e le chiede di consegnarlo, per paura della rappresaglia nazista. È un libro straordinario, dicevamo, ma anche, ci sembra, un libro che si discosta, nell’ironia che vi serpeggia, dagli altri scritti di Wiesel. Non vi è traccia di sentimentalismo, le vittime sono pacate e altrettanto i carnefici. I morti della Shoah portano dritte le spalle e alta la testa, come soldati, e i soldati portano in sé un poco del sogno e del distacco dei morti. E in questo transito si ricompongono la Shoah e la guerra d’Israele, i vincitori e i vinti.

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