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Come un crescendo musicale

· Il viaggio di Benedetto XVI in Germania nella testimonianza del cardinale Brandmüller ·

Un «crescendo: dall’intenso preludio al Bundestag di Berlino, fino al discorso conclusivo per i laici impegnati nella Chiesa e nella società, a Friburgo»: attinge al linguaggio musicale il cardinale Walter Brandmüller, presidente emerito del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, per parlare del terzo viaggio di Benedetto XVI in Germania. In questa intervista al nostro giornale il porporato tedesco, che faceva parte del seguito papale, analizza in particolare i discorsi del Pontefice.

Alla vigilia della partenza, lei si era detto convinto che il Papa avrebbe trovato le parole giuste per annunciare il Vangelo in Germania. Alla luce delle quattro giornate trascorse accanto a Benedetto XVI è sempre della stessa opinione?

Trovo nei discorsi pronunciati a Berlino, Erfurt, Etzelsbach e Friburgo la capacità di aver ricondotto all’essenziale della fede i dibattiti vigenti tra i cattolici. Con notevole coraggio Benedetto XVI ha formulato delle critiche relative alla vita della Chiesa in Germania, caratterizzata da strutture organizzative che spesso soffocano lo spirito. E in tal modo il Pontefice ha superato non solo le mie attese ma anche quelle di molti, soprattutto per la chiarezza del suo messaggio.

Che impressioni ha avuto dai vari appuntamenti? E quali sono stati, a suo avviso, gli avvenimenti più significativi e i discorsi più interessanti?

Vista in retrospettiva la serie dei vari avvenimenti si è svolta come un crescendo musicale: dall’intenso preludio al Bundestag di Berlino, fino al discorso conclusivo per i laici impegnati nella Chiesa e nella società, pronunciato al Konzerthaus di Friburgo. Proprio questo appello a liberare la Chiesa da elementi secolari e profani che determinano in parte la vita ecclesiale provocherà discussioni quando si tratterà di mettere in pratica le parole del Papa. In tal senso l’ultimo discorso è stato davvero il finale travolgente della sinfonia che ha scandito questo viaggio pontificio.

A chi si riferiva il Pontefice?

A quelle organizzazioni di laici tedeschi che spesso sono ideologizzate, aspirano alla democratizzazione, puntando sui soliti temi del sacerdozio per le donne, l’abolizione del celibato ecclesiastico e la comunione ai divorziati. Si tratta di ambienti che invece in passato hanno avuto grandissimi meriti, ma che adesso sono secolarizzati e in contrasto con il magistero.

E dove ha intravisto germogli che potrebbero fiorire?

Ovunque abbiamo potuto vedere la gente aperta alle parole del Papa, lieta di poterlo incontrare e salutare, soprattutto i giovani. Hanno mostrato il volto di una Chiesa viva e gioiosa: a Etzelsbach in un’atmosfera più devota e raccolta, a Friburgo in un clima più festoso. Tra l’altro non va dimenticato che in Germania ci sono notevoli differenze tra il Nord e il Sud: infatti il primo è prevalentemente protestante, quando non scristianizzato; mentre il secondo ha una maggiore identità cattolica.

Cosa l’ha colpita in particolare?

Mi sono piaciute le liturgie senza chitarre, con composizioni musicali classiche e di buono stile moderno: celebrazioni più snelle, più sobrie e più spirituali e raccolte.

Riguardo a Martin Lutero, alcuni hanno parlato di una riabilitazione da parte del Papa. Lei è uno storico della Chiesa, che opinione si è fatto?

Le aspettative formulate da molti, di un qualche pronunciamento spettacolare da parte del Papa a Erfurt erano irreali ed esagerate, probabilmente al solo scopo di enfatizzare un successivo atteggiamento di delusione. Queste persone dovevano sapere che Benedetto XVI non vuole fare politica ecumenica, ma approfondire elementi comuni della fede. Così i nostri interlocutori protestanti dovrebbero interrogarsi su quanto condividere ancora oggi circa il comune fondamento del Simbolo apostolico e gli elementi della morale cristiana. Inoltre domandiamo quanto preme loro ancora la domanda esistenziale di Lutero, cioè: «come posso avere un Dio misericordioso».

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19 novembre 2019

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