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Come un coltello piantato alla gola

· La tragedia del popolo libanese nel film «La donna che canta» di Denis Villeneuve ·

Uno più uno fa uno. Non è un teorema matematico. È il paradosso che segna inconsapevolmente le vite dei protagonisti del bellissimo La donna che canta , quarto lungometraggio del regista canadese Denis Villeneuve, premiato alle giornate degli autori di Venezia 2010 e in corsa per l’Oscar come miglior film straniero. Un paradosso, svelato dolorosamente solo alla fine del racconto, che racchiude non solo l’intimo dramma di quattro persone, ma la tragedia di un popolo, quello libanese, negli anni più terribili del conflitto tra cristiani maroniti e gruppi musulmani.

Tutto ha inizio in Canada nello studio di un notaio con la lettura del singolare testamento lasciato da una donna libanese, Nawal, ai due figli. I gemelli Jeanne e Simon Marwan restano scioccati nel vedersi porgere due buste della donna: devono consegnarle rispettivamente a un padre che credevano morto e a un fratello che non sapevano di avere. Per la madre si tratta di mantenere una promessa, l’unico modo — è scritto nelle sue ultime volontà — per poter riposare in pace. Jeanne decide di partire subito per il Vicino Oriente, in un viaggio che la porterà a confrontarsi con un passato a lei del tutto ignoto. Simon, che vede in quelle richieste solo l’ultimo capriccio di una madre da sempre assente e lontana, non vuole avviare alcuna ricerca. Ma più tardi, chiamato dalla sorella sconvolta dalle storie che via via si disvelano sulla madre, la raggiungerà nella terra dei loro antenati. Insieme scopriranno una verità sconvolgente, ma anche il coraggio di una donna che non conoscevano fino in fondo. Adattamento dell’opera teatrale di Wajdi Mouawad Incendies , La donna che canta è una sorta di pellegrinaggio alle origini, oltre che il riavvolgersi del nastro della storia. Anzi, ripercorrere la vita di Nawal è il pretesto per raccontare una guerra civile segnata da orrori — emblematiche le scene dei miliziani che sparano a persone inermi con mitra su cui sono attaccate immaginette della Madonna e di Gesù — e fondata su una ineluttabile ereditarietà dell’odio; una catena di violenze che si autoalimenta e che distrugge tutto, affetti, parentele, amicizie. Grazie a una regia non invadente, che sa mantenere la giusta distanza, e a un montaggio che gioca sapientemente sui tempi lunghi, nonché su un continuo ed equilibrato alternarsi di presente e passato, il film ricalca i canoni del teatro tragico classico. Il personaggio principale appare come la vittima di una sorte ingiusta. La sua colpa si ripercuote involontariamente sui figli. Ma la sua caduta è essenziale alla catarsi finale. Una liberazione che qui si concretizza nella presa di coscienza che dal male può nascere solo altro male e che è quindi necessario rompere la spirale del feroce risentimento per potersi non solo riconciliare con il proprio passato, per quanto terribile e doloroso, ma anche per affrontare il presente con animo purificato, riconciliato. Il fatto che per portare a compimento questo percorso la protagonista (interpretata con notevole intensità da Lubna Azabal) si serva dei figli, fino ad allora ignari ed estranei a quel passato, è l’originale trovata del racconto. Che così facendo diventa anche romanzo d’appendice, senza tuttavia scadere nel melodramma. Del resto il conflitto che fa da sfondo alle vicende personali — con le quali si interseca peraltro in maniera non marginale — reclama dallo spettatore un’attenzione particolare e sta lì a ricordare gli eventi violenti e insensati che agitano da decenni quella martoriata regione. L’indicibile sofferenza di una madre diventa, dunque, riflesso universale del tormento di una terra e di un popolo. Villeneuve — che mostra tutto senza sconti ma anche senza indulgere a inutili eccessi — confeziona il film come fosse lo svolgimento di un’equazione matematica con molte incognite e un risultato sorprendente. Certo, a qualcuno quell’«uno più uno fa uno» potrà apparire inverosimile, anche se plausibile nel contesto. E comunque non è questo il punto. Il valore dell’opera non sta nella credibilità o meno del finale, ma nell’efficace rappresentazione del dramma sottostante. Così come di quella rabbia che incendia, come recita il titolo originale («Incendies») nell’intimo quella donna, spingendola a scelte estreme. Una rabbia che però non le impedirà, alla fine, di fare i conti con la propria coscienza e di riscoprire, sia pure per poco, la forza salvifica dell’amore.

In ultima analisi La donna che canta altro non è se non un accorato grido di pace. Un grido che vorrebbe cancellare quel lampo di odio che si coglie nello sguardo già fiero del bambino — a lungo mostrato nella prima scena del film — che viene rasato da un miliziano prima di essere addestrato a combattere e a uccidere. Perché l’infanzia nel Vicino Oriente non sia più, come dice Nawal, «un coltello piantato alla gola».

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