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Come un cane
tenuto al guinzaglio

· La responsabilità individuale nel romanzo «Lanterna per illusionisti» ·

«Quando entrò nell’edificio della polizia, il dottor Loew fece conoscenza con le porte. Fino a quel momento, le poderose ante di legno (...) gli si erano sempre spalancate davanti senza che lui facesse alcuno sforzo. Era abituato a non prendere in considerazione la possibilità di serrature, cartelli di divieto o sale d’attesa. Per lui e per il suo passo elastico, il mondo era una striscia pianeggiante che si estendeva all’infinito. Ecco spiegata la sua espressione di disappunto quando gli dissero che il suo caro, intimo amico Wener, della polizia cittadina, lo pregava di attendere su una scomoda panca di legno».

Giacomo Balla, «La lanterna» (1909)

È un mondo che si ribalta in pochissimo tempo quello raccontato da Pierpaolo Vettori nel suo ultimo romanzo Lanterna per illusionisti (Milano, Bompiani, 2018, pagine 229, euro 16): bastano poche settimane nella Germania del 1932 perché la quotidianità di un intero popolo muti per sempre il suo volto. E se non sono mancati nei decenni libri che hanno raccontato l’irrompere del nazismo nel quotidiano, in questo caso l’autore — fabbro di professione che ormai da tempo dimostra una grande abilità narrativa — ha scelto di raccontare questa terribile pagina del Novecento da un’ottica interessante.

Al centro del romanzo c’è il jazz, genere musicale in cui «nulla è come sembra e tutto obbedisce a regole molto precise, come quelle del destino». È il jazz — osteggiato dal nazismo per la sua carica di disordine e anarchia — a sancire la nascita del legame tra due ragazzini, l’ebreo Max (intelligente e stimato) e il gentile Hans (bullizzato dai compagni). Max lo introduce alla musica, gli insegna ad ascoltarla, a capirla e suonarla, tanto che Hans — una volta cresciuto — diverrà musicista. Ma Hans cosa insegnerà a Max?

È al primo che Vettori si affida come voce narrante. Hans (padre tedesco e madre italiana) è un ragazzino insicuro, privo di carattere, in balia delle opinioni altrui, all’apparenza né buono né cattivo. Per comodità e vigliaccheria, non si oppone mai al male, sebbene ne abbia la chiara percezione: attuando l’arte della rimozione, guarda fingendo di non vedere. Tanti adulti attorno gli fanno scuola: quando — dopo violenze e soprusi crescenti — l’amico ebreo e i suoi congiunti vengono inghiottiti nel buio, la famiglia di Hans letteralmente subentra a quella di Max: si trasferiscono nel loro appartamento, ne usano i mobili e i vestiti, il padre di Hans — medico caduto in disgrazia a causa dell’alcool — subentra nella clientela del dottor Loew. E dopo una prima, momentanea fase di sconvolgimento per i tanti dubbi che gli turbinano in testa, Hans scoprirà che si può continuare a vivere facendo finta di nulla. Arricchendosi in ogni senso grazie a quell’eredità rubata.

Vivere facendo finta di nulla, o quasi. Il ragazzino in realtà conosce benissimo, e da subito, il suo errore («Per quanto mi convincessi che era colpa sua se le cose erano andate in quel modo, dentro di me bruciavo di vergogna»). Sa perfettamente che, al di là delle bugie che si è raccontato, ha sempre scelto di stare con il più forte. Piccolissimo passo dopo piccolissimo passo. «Non avevo il coraggio di fare nulla. Ecco lo standard che sottostava alla mia vita, la melodia nascosta alla quale ero legato come un cane al guinzaglio. Improvvisavo, vivevo, mi illudevo di essere libero, ma in realtà non facevo altro che volare in tondo come un insetto intorno alla lampada. (...) Nei momenti decisivi, io non prendevo posizione, mi accordavo a quella del più forte». Una colpa da cui Hans non riuscirà a redimersi nemmeno da adulto.

Lanterna per illusionisti è dunque la storia di un fallimento che conosciamo bene. Perché oltre all’odio del nazismo per il jazz e per ciò che rappresentava, oltre alle considerazioni sulle conseguenze nefaste della dittatura su un intero popolo, c’è il grande tema della responsabilità individuale. Quella che non passa per atti macroscopici di eroismo, ma per piccoli gesti quotidiani. Quelli delle piccole viltà che innescano grandi sofferenze.

Nel lento e penetrante attecchire della propaganda, nella sua capacità di spingerci verso l’indifferenza anche nei confronti di chi un attimo prima guardavamo con ammirazione e affetto, ci sentiamo confortati e rassicurati. Hans lentamente abbandona Max (mentre costui passa dall’essere eroe a paria) per abbracciare lo zio rozzo, volgare, reduce della grande guerra (che da paria si fa eroe), è l’emblema dell’auto-assoluzione di cui siamo interpreti perfetti.

Ma Vettori va oltre. E in Lanterna per illusionisti ci racconta che è possibile — nonostante l’età o l’ambiente da cui si proviene — scegliere di vivere diversamente. Perché accanto ad Hans e a Max, c’è Ulli, povero, trascurato e vittima di un padre violento. Perché ci sono ragazzini che riescono a restare fedeli, a opporsi al male. A smettere di volare in tondo attorno alla lampada.

di Silvia Gusmano

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19 novembre 2018

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