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​Come a Tibhirine

Saint-Étienne-du-Rouvray come Tibhirine, la Normandia di oggi come l’Algeria di venti anni fa. L’ottantaseienne padre Jacques Hamel aveva deciso di dedicare questo tempo tanto travagliato eppure per lui così impreziosito dal bagaglio di tutta la sua lunga esperienza sacerdotale — era stato ordinato nel 1958 — in una piccola comunità del nord della Francia, dove insieme ai cattolici si registra una forte presenza islamica. «Come i monaci di Tibhirine avevano deciso di restare in Algeria», così lui «aveva scelto di venire in questa comunità, con persone di origini molto diverse e con un’elevata presenza musulmana», racconta il vicario generale della diocesi di Rouen, monsignor Philippe Maheut, che scosso dalla commozione ricorda i tratti di questo anziano prete, orrendamente sgozzato ieri dalla follia terroristica mentre stava celebrando la messa del mattino, accostandone la figura a quella dei sette trappisti, tutti di nazionalità francese, che nel pieno della guerra civile algerina coraggiosamente decisero di restare al loro posto offrendo le loro vite inermi alle mani malvagie del commando che nel marzo del 1996 fece irruzione nel loro monastero, a nemmeno cento di chilometri da Algeri. Nato a Darnétal, nella periferia di Rouen, nel 1930, padre Jacques fa parte di quella generazione di preti entrati in seminario dopo la seconda guerra mondiale. Nel 2008 con i suoi parrocchiani aveva festeggiato i cinquant’anni di sacerdozio. Ma già nel 2005 aveva deciso di tornare a Saint-Étienne-du-Rouvray, una delle città dove aveva svolto il suo ministero sacerdotale. «Nonostante l’età era molto attivo. Sempre, sempre, sempre disponibile a rendere servizio», ricorda ancora il vicario generale di Rouen. Non era più parroco, ma come semplice prete si sentiva a suo agio vivendo la vita normale della comunità, celebrando la messa, amministrando i sacramenti, stando vicino alla gente, con una parola buona, un piccolo gesto di carità. Humilité et simplicité sintetizza oggi il quotidiano «la Croix», ricordandone la figura attraverso le testimonianze dei suoi parrocchiani e delle persone che gli sono state accanto. «Un uomo molto attento alle situazioni e con un grande spirito missionario», dice di lui l’arcivescovo emerito di Rouen, Jean-Charles Descubes. Un ritratto che emerge anche dall’ultimo scritto di padre Jacques, quasi un testamento spirituale, affidato proprio prima dell’estate alle colonne del bollettino parrocchiale: «Possiamo ascoltare in questo tempo l’invito di Dio a prenderci cura di questo mondo, per renderlo, là dove viviamo, più caloroso, più umano, più fraterno». Un tempo, suggeriva, da dedicare all’incontro con gli altri, alla condivisione, alla vicinanza con i bambini e le persone più sole. Un tempo, anche, per pregare, «per chi ne ha più bisogno, per la pace, per una convivenza migliore».

di Fabrizio Contessa

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18 agosto 2019

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