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Come tante matrioske

· I racconti di Chimamanda Ngozi Adichie e Lisa Berlini ·

Si può conoscere un paese vivendoci o frequentandone gli abitanti, ma si può conoscerlo anche leggendolo. Una interessante introduzione alla società nigeriana è, per esempio, Quella cosa intorno al collo (Torino, Einaudi, 2017, pagine 224, euro 19), libro di racconti di Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice che abbiamo già avuto modo di apprezzare con Americanah e Dovremmo essere tutti femministi. 

Ad eccezione del professore universitario in pensione che incontra il collega creduto morto per 37 anni e che la notte conversa con il fantasma della moglie (Spettri), le protagoniste di questi racconti sono tutte donne. Donne nigeriane che vivono nel loro paese o che si sono trasferite negli Stati Uniti per studiare, per amore o per sopravvivere. Due realtà che l’autrice, per ragioni biografiche, conosce molto bene.

«Niña» (Messico), fotografia di Manuel Carrillo (1906-1989)

Così in Nigeria incontriamo Chika, che riesce a sfuggire a un’esplosione di odio religioso grazie a una sconosciuta (Un’esperienza privata); ma anche una giovanissima che scopre il duro mondo delle prigioni locali dove, per errore, è finito il fratello maggiore (Cella uno). E ancora, nel meraviglioso L’ambasciata americana, la moglie di un giornalista di opposizione e madre di un bimbo di tre anni, che sperimenta la brutalità cieca del regime. Negli Stati Uniti, conosciamo Nkimche che, parcheggiata dal marito ricco nella lontana America con figli e domestica, decide di cambiare vita, iniziando dalle ribellioni più piccole. E ancora Akunna che, dopo aver vinto la Green Card, fa la cameriera nel racconto che dà il nome al libro. Di lei si innamora un americano bianco senza pregiudizi (perfino la sua famiglia non è razzista), ma la ragazza non si fida. E se agli occhi dei suoi rimasti in Nigeria Akunna è fortunatissima, a lei sembra impossibile liberarsi di «quella cosa intorno al collo», da quel soffocante senso di solitudine e di non appartenenza che le impedisce di vivere felicemente la sua esperienza americana.
È una cosa, questa, che si ritrova in tutte le protagoniste del volume: ragazze e donne che cercano di capire chi sono e di fare le scelte giuste, ma che si sentono sempre inadeguate e fuoriposto.
Adichie non fa sconti, le sue storie denunciano con lucidità gli aspetti meno nobili della società nigeriana: la corruzione, il maschilismo, gli scontri religiosi, gli stereotipi pericolosi, la violenza del regime. Ma non fa sconti nemmeno quando racconta il difficile approdo nella terra promessa, quegli Stati Uniti che solo da lontano sembrano la soluzione a ogni povertà e ingiustizia.
Adichie, però, è limpida e precisa anche quando, descrivendo la società nigeriana, coglie la voglia di riscatto delle sue donne. Il suono della loro dignità. Che impedisce a una di loro di barattare l’omicidio del proprio figlio bambino con l’asilo politico, perché ciò che questa donna vorrebbe, sarebbe solo poter riposare sulla piccola tomba del suo piccolo.
E se i racconti non sono sempre un genere facile, dalla penna di un’altra donna alle prese con storie brevi è arrivata un’altra scoperta. Ci riferiamo a Lucia Berlin e al suo La donna che scriveva racconti (Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pagine 462, euro 18,50).
I racconti di Berlin sono intrecciati: un particolare torna in un’altra storia; un episodio è visto in un’altra ora del giorno e la diversa luce gli dà un sapore tutto nuovo. A volte i racconti — come tante matrioske — avvicinano il lettore al cuore del personaggio. O all’autrice, perché è chiaro che c’è tanto di lei in ogni pagina. Anzi, la lettura dei quarantatré piccoli capolavori è in realtà la lettura della sua autobiografia.
Nata in Alaska nel 1936, Lucia Berlin è stata insegnante, donna delle pulizie, centralinista e infermiera. Ha avuto quattro figli da tre uomini diversi, ha abitato in camper, nella New York dei musicisti jazz, in una comune hippie, a Berkeley. È stata ricchissima, poverissima, alcolizzata e infine docente all'università di Boulder (Colorado). A ventiquattro anni comincia a pubblicare racconti sulla rivista di Saul Bellow, «The Noble Savage», e di fatto non si fermerà più, anche se il grande successo di pubblico arriverà solo dopo la morte, avvenuta nel 2004 a Marina del Rey.
I suoi racconti — in cui ritroviamo l’infanzia trascorsa nelle città minerarie del West, i tormenti causati dalla scoliosi, l’adolescenza a Santiago del Cile, i tre matrimoni, i quattro figli, la povertà, l’alcolismo, gli anni trascorsi a Berkeley, nel New Messico e a Città del Messico — sono quadri di dimensioni varie che hanno per protagonisti donne, uomini, bambini e vecchi mai vincenti. Sono “gli altri”, certo, ma somigliano così tanto a Lucia.

C’è tanto alcol, e tante disintossicazioni (per lo più fallite); c’è tanto sud; tanto confine, geografico ed esistenziale; c’è la passione per i libri che spunta dove meno te l’aspetti; ci sono le vacanze lussuose e la povertà estrema; ci sono i bimbi nati “male”, che a volte distruggono le coppie, ma più spesso cambiano le famiglie («Tirano fuori i sentimenti più profondi, buoni o cattivi, e tutta la forza e la dignità che altrimenti un uomo e una donna non saprebbero mai di avere e non intuirebbero mai nell’altro»). C’è, insomma, la vita.

di Giulia Galeotti

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26 agosto 2019

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