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Come sanare le ferite della violenza

· ​In Myanmar il Papa ricorda che rabbia e vendetta non sono la strada per giungere alla riconciliazione ·

Non sono la rabbia o la vendetta, tantomeno l’intolleranza o il pregiudizio, le strade da percorrere per guarire le ferite provocate in Myanmar da anni di violenza e di odio. Nel ribadirlo Papa Francesco — giunto al terzo giorno di permanenza nel paese asiatico — ha suggerito di guardare all’esperienza di Cristo sulla croce, imparando da lui «il perdono e la compassione» e ricorrendo al «balsamo risanante della misericordia» per «ungere ogni ferita e ogni memoria dolorosa».

La prima messa pubblica di un Pontefice sul territorio del Myanmar — celebrata nella mattina di mercoledì 29 novembre a Yangon di fronte a centocinquantamila fedeli giunti da tutto il paese — ha offerto a Francesco l’occasione per ringraziare la Chiesa locale dell’impegno di solidarietà e di assistenza a sostegno di tante persone «senza distinzioni di religione o di provenienza etnica». Un impegno al quale, ha detto, si unisce lo sforzo di spargere «semi di guarigione e riconciliazione nelle vostre famiglie, comunità e nella più vasta società di questa nazione».

Proprio il tema della «guarigione» dalle ferite è ritornato con forza negli altri due appuntamenti che hanno scandito la giornata del Papa. Durante l’incontro con il consiglio supremo “sangha” dei monaci buddisti, riunito nel Kaba Aye Centre, luogo simbolo del buddismo di tradizione “theravada”, Francesco ha esortato i leader religiosi a parlare «con una sola voce affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano», e offrendo così al mondo «una parola di speranza». Significativamente il Pontefice ha accostato alcune espressioni del Buddha alle parole della “preghiera semplice” di san Francesco per invitare a «superare tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio». Esprimendo, infine, l’auspicio che buddisti e cattolici possano «camminare insieme lungo questo sentiero di guarigione, e lavorare fianco a fianco per il bene di ciascun abitante di questa terra».

La giornata del Papa — che giovedì 30 lascia il Myanmar per raggiungere il Bangladesh, seconda tappa del viaggio in Asia — si è conclusa con i presuli del paese, incontrati nel pomeriggio in un salone del complesso attiguo all’arcivescovado. Al discorso preparato Francesco ha voluto aggiungere diversi inserti pronunciati a braccio, per sottolineare alcuni passaggi della sua riflessione. In particolare, ha ricordato che la Chiesa è «un ospedale da campo» e ha invitato i presuli a essere vicini ai loro sacerdoti e ai catechisti, che sono i “pilastri” dell’evangelizzazione, rimarcando che il compito primario del vescovo è la preghiera. Dal Pontefice anche un ulteriore appello a lavorare per superare divisioni e incomprensioni e per portare a tutti gli abitanti del Myanmar «un messaggio di guarigione, riconciliazione e pace».

L’omelia del Papa a Yangon 

Il discorso ai monaci buddisti 

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22 marzo 2019

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