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Come rubare la luce al sole

· Il percorso umano e artistico di Gio’ Pomodoro raccontato dalla curatrice della mostra in corso ad Alessandria ·

«“La bellezza fa male, perché c’è ma viene negata”; su di un piccolo foglio di carta incastrato in una vetrinetta alle spalle del suo tavolo di lavoro questa frase, scritta di suo pugno, è stata per anni presente nello studio milanese di via San Marco» racconta Bruto Pomodoro parlando di suo padre Giorgio (meglio noto come Gio’); un foglietto che poteva passare inosservato. Ma «l’ospite attento non poteva evitare di notarlo, né di porsi quesiti sulle motivazioni che l’avevano spinto a formulare un pensiero così amaro».

Il Bello, secondo lo scultore marchigiano morto nel 2002, è una qualità permanente della materia, e in quanto tale «mai, in qualunque condizione di tempo o di spazio, può essere assente»; il difficile è fissarlo in una forma, con l’ausilio della geometria e della perizia tecnica, ma anche allenare lo sguardo a cogliere la bellezza nelle cose. «Conobbi Gio’ a Pietrasanta — racconta a «L’Osservatore Romano» Giuliana Godio, curatrice della rassegna “Gio’ Pomodoro. Il percorso di uno scultore: 1954-2001” diffusa (fino al 30 aprile) in nove diverse sedi espositive, da Alessandria a Tortona — dove andai a trovarlo perché desideravo allestire una mostra nella mia Galleria d’arte a Torino, la Berman. Sono andata successivamente nel suo studio di Milano, luogo in cui ancora oggi si avverte costantemente la sua presenza.

Eravamo agli inizi degli anni Novanta e Gio’ Pomodoro mi attendeva con il figlio Bruto: mi fece capire che cosa significava essere un vero  scultore. Con Bruto  e con Etta andai successivamente al Cairo e a New York: cercavo di seguirlo nelle sue mostre e quando dialogavamo c’era sempre qualcosa in più da imparare sulla scultura, anche quella di altri artisti, perché apprezzava il lavoro di molti suoi colleghi».

Qual è l’opera che ama di più?

Colloquio col figlio , un bronzo monumentale ora esposto nel cortile della Camera di Commercio di Alessandria: quando la guardo o la tocco sento tutto l’amore di Gio’ per Bruto, sento che la scultura vive ancora dei battiti del cuore di tutti e due. L’opera appartiene al periodo dei Contatti . Padre e figlio hanno avuto un rapporto intenso, qualche volta conflittuale, ma è il loro legame che vedo riflesso in quest’opera. Ho visto da poco la scultura di bronzo sotto la neve: più che un colloquio pareva un abbraccio. Una sera a Pietrasanta mi disse: «Guarda la bellezza delle Apuane, lì c’è l’anima del marmo, la purezza e il canto, perché anche il marmo vive, ha un’anima e un suono». Quando, in autostrada, le montagne della Versilia mi si profilano all’orizzonte penso a lui, che forse è lì, a vagare fra le cave di marmo che tanto amava. «Verrà Hermes, il Dio dei ladri — diceva spesso — e mi porterà via»; una frase che anch’io ora uso quando parlo con mia nipote Giulia che al Liceo studia greco (e quando la uso si arrabbia).

«Era un uomo attentissimo» scrive nel catalogo che accompagna la mostra; è l’attenzione agli aspetti anche più minuti della realtà uno dei segreti dell’ispirazione nell’arte?

Per lui sicuramente: non tralasciava nulla, studiava addirittura il vento, la luce, spiava il tintinnio della pioggia sul marmo bianco del suo giardino a Pietrasanta, guardava il cielo stellato e pensava ai miti dell’antica Grecia, raccontando storie antiche. Mi sembrava di essere proiettata in quei tempi passati e quando finiva di parlare ero costretta a tornare alla quotidianità. Era coltissimo, riusciva a metterti in difficoltà, tanto era preparato sulla matematica, sulla filosofia e sulla storia. È stato indubbiamente un maestro di vita.

Ogni suo lavoro non era mai per caso, fosse stato anche solo un piccolo schizzo, un acquarello o una prova in terracotta: quando era ispirato non sentiva nulla di ciò che accadeva intorno a lui.  Amava molto la musica e c’erano dei periodi in cui lavorava con le note dei compositori più amati, da Bach a Beethoven, e dei periodi in cui adorava il silenzio, «perché nel silenzio senti mille voci»: le voci del vento e del sole. Guardo le sue Tensioni che sono il vento, e  i suoi Soli : è riuscito a rubare al sole la luce e al vento la mutevolezza della forma.

«Ci sono sculture che misurano pochi centimetri che sono monumentali, e ci sono sculture che non potranno mai essere monumentali, nonostante quanto siano grandi», ha detto in un’intervista.

Per lui era monumentale l’opera che rappresentava un momento storico particolare: infatti i suoi monumenti sono disseminati nel mondo e sono legati sempre a particolari momenti storici dell’umanità. Faceva il bozzetto, scolpiva un marmo magari piccolo e poi si rendeva conto che poteva diventare un’opera monumentale e la sviluppava a misure grandi: guardiamo quella che è collocata sul Ponte dei Mille a Genova, al porto: è una scultura in marmo bianco enorme, bellissima. Nel 2000, quando è stata posizionata per inaugurare l’evento, l’avevano coperta con la bandiera italiana, un bandierone enorme che fu tolto nel momento in cui passavano gli aerei addestrati per l’evento. Nelle foto sembriamo delle formichine accanto a quel monumento, ma non è la grandezza che conta in quell’opera ma è l’emozione che ti travolge. Quando in nave lasci il porto di Genova l’ultima cosa che vedi è proprio la grande scultura bianca di Gio’

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08 dicembre 2019

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