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​Come raccontare cose vere

· ​A colloquio con Filippo Tuena ·

Filippo Tuena, classe 1953, storico dell’arte di formazione, autore di libri memorabili — come Le variazioni Reinach, sulla sorte della famiglia Reinach inghiottita dalla Shoah, o Ultimo parallelo, romanzo sull’esplorazione antartica di Scott — autore pluripremiato (un premio Bagutta e un premio Viareggio) rivolto al passato eppure, nelle scelte stilistiche, contemporaneo come pochi, è in questi giorni in libreria con Le galanti. Quasi un’autobiografia edito dal Saggiatore (Milano, 2019, euro 32).

Filippo Tuena

Un “esercizio di memoria” che dura per più di 600 pagine. Tuena ci accompagna attraverso Sparta e Micene, la scultura greca, Elena di Troia, l’Ermafrodito Borghese, il ritratto di Giovanna Tornabuoni, la Venere allo specchio di Velásquez, e altri numerosi luoghi del suo affetto, con una ostinata dedizione alle tracce di bellezza lasciate dalla distruzione o dalla perdita. Con lui inauguriamo un ciclo di interviste che ci porteranno nel mondo interiore degli scrittori e delle scrittrici italiani e nelle loro fucine.

Rispetto ai tuoi libri precedenti in cui il dolore, la distruzione dominavano la scena, ho trovato «Le galanti» più dolce, un libro con una dimensione di conforto al suo interno.

È molto simile a Stranieri alla terra (pubblicato nel 2011 da Nutrimenti, anche quello un libro di esercizi di memoria) ma qui c’è più affettività, più voglia di vivere, più amore. È un libro meno cupo. Forse perché è un libro sul bello, sull’arte. E sull’effetto dell’arte. Alla fine, a che serve l’arte, se non a metterti in relazione con te stesso?

Il tuo materiale narrativo spazia fra le opere d’arte, le grandi esplorazioni, gli artisti, i musicisti del passato. Cosa tiene insieme questi oggetti narrativi?

La reazione che suscitano in me. È raro che mi interessi il bello naturale. Mi interessa molto di più scoprire come l’uomo risolve i suoi problemi.

Cosa cerchi nella letteratura?

Anche per via della mia formazione, mi sono sempre rivolto al passato. Mi capita di spingermi indietro, ritrovare piccole epifanie, madeleines. Costantemente ritorno a storie adolescenziali. Più vado avanti negli anni, più il campo si apre alle mie spalle. So quel che ho vissuto. E c’è malinconia, nostalgia.

Cosa cercavi quando hai cominciato a scrivere?

Cercavo delle storie anche quando scrivevo d’arte. Ma è cambiato parecchio perché dalle Variazioni Reinach ho cominciato a pensare al dolore. Ho amato molto L’ultimo parallelo che racconta il fallimento della spedizione antartica di Scott. Anche quello un libro sulla desolazione, oltre il dolore. Lì c’è una invenzione narrativa fortissima, un narratore inaspettato. Quando l’ho scritto pensavo fosse un libro fallito. Poi, ero in un momento doloroso della mia vita, l’ho ripreso in mano e mi ha distratto, mi ha portato via e allora mi sono detto che sì, faceva il suo lavoro. È una meditazione sulla lettura e la scrittura. La posizione del narratore in quel libro è analoga a quella di chi scrive, e a quella di chi legge: star sopra, altrove eppure vicinissimo a chi vive.

La tua scrittura è cambiata nel tempo?

Quando lavoravo a Tutti sognatori (Fazi, 1999) che è un romanzo classico, di finzione, solido, con la trama, c’erano però due capitoli differenti, uno era il catalogo dei fatti, l’altro era dedicato ai sogni, era un flusso di coscienza. Non avevo mai usato prima il flusso di coscienza, ho visto che funzionava. Sono ripartito da lì, da quei due capitoli. Poi c’è stato l’incontro con Sebald (nato nel 1944 e morto nel 2001, autore di Austerlitz e degli Anelli di Saturno, è considerato uno dei più grandi prosatori contemporanei). Sebald trova una soluzione alla questione di come raccontare cose vere.

E a un certo punto hai deciso di raccontare rinunciando all’invenzione, e soprattutto: hai fatto fuori i personaggi.

Non so trovare nomi di fantasia. Il personaggio trovo che sia una truffa. Ma mi interessa molto raccontare, creare la tensione che porta ad andare alla pagina successiva, tenere alta l’attenzione del lettore, dare vita a piccoli gialli. Nelle Galanti, come modello Ovidio: fughe, trasformazioni, impossibilità, violenza. La scrittura seduttiva, erotica, languida. Non mi interessa il lessico elevato, m’interessa molto la sintassi.

Nei tuoi libri fai un grande uso di immagini.

In ognuno dei libri le immagini hanno una funzione diversa. Nelle Variazioni Reinach sono testimoniali, in Ultimo parallelo sono un controcanto, mi aiutano a non descrivere e a permettere ugualmente al lettore di aver presente lo spazio in cui si muove. Nelle Galanti non posso farne a meno, l’argomento del libro è proprio quello, cosa succede quando guardo.

Pensi che gli scrittori abbiano un dovere di responsabilità di fronte al mondo?

Abbiamo un dovere etico forte di fronte a quello che scriviamo. Da questo deriva quel minimo di miglioramento che possiamo offrire. È una forma di resistenza di fronte all’epoca che viviamo. La ricerca del bello può essere una risposta etica alla volgarità.

di Carola Susani

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18 agosto 2019

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