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Come proteggere
i cristiani d’Oriente

· La conferenza di Parigi ·

Parigi, 9. Oltre cento milioni di cristiani nel mondo subiscono discriminazioni, persecuzioni e violenze. La situazione è particolarmente grave in Vicino e Medio oriente, dove si assiste a un autentico esodo: in Iraq sono ormai soltanto 300.000 i cristiani rimasti. 

Prima della guerra del 2003 erano oltre un milione. L’avanzata del cosiddetto Stato islamico nella piana di Ninive, nell’estate del 2014, ha costretto alla fuga un milione e mezzo di persone, di cui la maggior parte cristiani.

Per fermare questo esodo 56 Paesi e 11 organizzazioni internazionali hanno deciso per la prima volta di adottare una strategia complessiva sotto l’egida delle Nazioni Unite. Il piano è stato presentato ieri alla conferenza internazionale sulle minoranze perseguitate in Medio e Vicino oriente, ospitata al Quai d’Orsay a Parigi e alla quale è intervenuto l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati. «Per la prima volta da secoli, quest’anno non è stato possibile celebrare a Mosul la messa della Natività» ha detto aprendo i lavori della conferenza il presidente francese, François Hollande. I responsabili delle atrocità «dovranno renderne conto di fronte alla giustizia internazionale». E sul tema del pluralismo è intervenuto anche il ministro degli Affari esteri italiano, Paolo Gentiloni, secondo cui «dopo duemila anni ci troviamo di fronte al rischio che le minoranze cristiane in Iraq e in Siria vengano isolate o addirittura spazzate via».

Come ha spiegato il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, la strategia elaborata comprende quattro punti: c’è anzitutto l’impegno comune per non lasciar scomparire «la diversità millenaria del Medio oriente senza reagire»; il sostegno umanitario sarà intensificato per far fronte alle necessità dei rifugiati nei Paesi come il Libano, la Giordania, la Turchia e l’Iraq; le diplomazie coinvolte chiederanno al Consiglio di sicurezza dell’Onu di «esplorare la via di deferimento» dei crimini più gravi alla Corte penale internazionale; è stata infine annunciata una «cooperazione inter-parlamentare» per l’adozione e il varo di leggi che «avranno come priorità i diritti umani, compresa la libertà religiosa».

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