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Come pedine di una partita più grande

· Sulle affinità elettive fra il gioco degli scacchi e la vita ·

Dal 9 al 28 novembre si disputa a Londra il campionato del mondo di scacchi tra il norvegese Magnus Carlsen, detentore del titolo dal 2013, e lo sfidante, l’americano Fabiano Caruana. Questa occasione offre l’opportunità di fare alcune riflessioni sul gioco degli scacchi. Nelle mente di tutti infatti sono le immagini de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957) e della partita a scacchi che il cavaliere Antonius Block (Max von Sydow) gioca con la morte. E nella memoria di molti sono i versi delle Rubʿayyāt (Quartine) del poeta persiano Omar Khayyām (xi secolo): «Noi siamo i pedoni della misteriosa partita a scacchi / giocata da Dio. Egli ci sposta, ci ferma, ci respinge, / poi ci getta uno a uno nella scatola del Nulla». Versi che Jorge Luis Borges chiosava con altri versi nella poesia Scacchi della raccolta L’artefice (1960): «Ma anche il giocatore (Omar Khayyam lo ricorda) / è prigioniero di un’altra scacchiera / di notti nere e di accecanti giorni. / Dio muove il giocatore / che muove il pezzo ./ Ma quale dio, dietro Dio, / questa trama ordisce / di polvere e di tempo, di sogno e di agonia?».

Alberto Martini «Il giocatore di scacchi» (1950)

Accanto tuttavia a queste letture, per così dire, metafisiche del gioco, gli scacchi si prestano anche ad altre interpretazioni. Al di là dei tatticismi e dei tecnicismi su come gestire l’apertura, il mediogioco oppure il finale, gli scacchisti infatti sono sempre stati propensi a elaborare delle regole più generali a cui un giocatore è bene che si attenga per non compromettere la sua gara.

Innanzitutto c’è una lettura etico-pratica che gli stessi nel tempo hanno sempre fornito. È evidente che in questo caso essi ragionano più in termini psicologici che di pura manualistica, arrivando a delle conclusioni che sono delle vere e proprie regole di vita. Per esempio il maestro Evgenij Znosko-Borovskij (1884-1954) suggeriva che «non è una mossa, anche la migliore, che si deve ricercare, ma un piano realizzabile» (Comment il ne faux pas jouer aux échecs, 1934). E ancora, ispirate alla stessa saggezza, sono le parole di Aleksandr Aleckine (1892-1946), uno dei più noti scacchisti della storia, campione del mondo nel 1927 nel torneo che lo oppose al cubano José Raúl Capablanca. Proprio a indicare il lavoro psicologico che un giocatore di scacchi deve fare su di sé, egli avvertiva che «non si può diventare un Grande Maestro se non si impara a conoscere i propri errori e i propri punti deboli, così come nella vita».

Aleckine non è tuttavia il solo a stabilire un rapporto tra scacchi e vita. Wilhelm Steinitz (1836-1900), considerato il padre degli scacchi moderni, diceva apertamente che «negli scacchi, come nella vita, la mente umana è limitata.... e però la stupidità è illimitata». Sempre sul parallelismo scacchi-vita fa riflettere quanto affermava Savelij Tartakover (1887-1956), secondo cui «negli scacchi come nella vita chi rischia può perdere, ma chi non rischia mai perderà sempre». La filosofia di gioco di questo scacchista polacco si fa esplicita attraverso anche altri formidabili aforismi la cui validità può essere facilmente estesa al di fuori del perimetro delle sessantaquattro caselle bianche e nere. Sua infatti è l’affermazione secondo cui «per evitare di perdere un pezzo tanti hanno perso la partita» e un’altra ancora più incisiva per la quale «a vincere la partita è chi fa il penultimo errore». Oppure il detto quasi cartesiano: «Erro ergo sum».

Anche la strategia del sacrificio negli scacchi sviluppata da Rudolf Spielmann (1883-1942) in Richtig opfern (“Sacrificare correttamente”) del 1935 presenta dei punti di contatto con le scelte che si possono fare nella vita. La sua è considerata una teoria romantica, anzi Spielmann è ritenuto uno degli ultimi scacchisti romantici, superato da un tipo di gioco più moderno, in cui si è più inclini a pensare che «è sempre meglio sacrificare i pezzi dell'avversario che i propri» (Tartakover). Un’affermazione questa che non fa mistero della sottile crudeltà che attraversa il gioco. Un proverbio russo esprime molto bene questa tensione quando invita «a non guardare il proprio avversario come una pecora ma come un lupo».

E Gesualdo Bufalino (1920-1996), a sua volta frequentatore di scacchiere, aveva ben chiaro questo istinto di morte che attraversa e fa vibrare i trentadue pezzi bianchi e neri. Lo scrittore di Comiso scriveva infatti che «gli scacchi non sono semplicemente un gioco. Sono guerra, teatro e morte. Cioè, tutt’intera, la vita» (Shah mat, l’ultima partita di Capablanca, 2006).

Nella poesia Sull’usata scacchiera — apparsa nella raccolta L’amaro miele (1982) — l’immagine di questa violenza è associata a quella di Cristo che, «chiuso fra quattro lance / d’infallibili alfieri / vestito di rosso broccato», subisce lo scacco del Calvario. I versi riprendono il momento finale del gioco e stavolta il vinto non è né il re bianco né quello nero ma Cristo-Re. Anche lui vittima delle spietate regole del gioco, non tanto di quelle scritte e note delle mosse delle pedine, delle torri, dei cavalli, delle regine, ma di quelle inscritte nell’animo umano e dei suoi appetiti che fanno muovere quei pezzi con una avidità e ferocia che rende gli scacchi il più crudele dei giochi.

Bufalino a differenza di Borges, di cui pure era idealmente un allievo, non pensa che, come in un gioco di specchi, a muovere il giocatore di scacchi, ci sia un altro dietro di lui, uno scacchista invisibile — Dio forse oppure il fato — che tira i fili del destino degli uomini, pedine a loro volta di una partita più grande, della quale non si riesce a cogliere il senso. Per lo scrittore siciliano la ragione del gioco non va cercata nella trascendenza ma nell’immanenza di quei quadrati bianchi e neri, nel desiderio degli sfidanti di sopraffarsi; i pezzi non sono che strumenti affinché l’abilità di uno prevalga sull’altro. Guai a chi non ne è provvisto in maniera sufficiente, egli soccomberà nel gioco degli scacchi così come in quello della vita. Bianco e nero, bene e male, così tanto evidenti su quel quadrato riveleranno di sé un aspetto ancora più misterioso: non sempre a decidere il trionfo dell’uno sull’altro è la miglior tecnica, ma la maggiore crudeltà, la più grande cattiveria per cui la morale e i valori risulteranno per sempre annientati. E lo scacco di Cristo, come lo stesso poeta rivela nella chiusa, sta lì amaramente a dimostrarlo: «Mio scabro Cristo chiodato, mio re, / in un angolo, matto come me».

di Lucio Coco

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22 gennaio 2020

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