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Come muoiono i santi

· ​Nell'ultimo libro di padre Antonio Sicari ·

«Ho raccontato la morte di molti santi, ma tutti mi hanno confermato la verità di questa antica intuizione cristiana. Quando muore un santo, è la morte che muore»: con queste parole il carmelitano scalzo Antonio Maria Sicari inizia il suo volume Come muoiono i santi (Milano, Ares, 2016, pagine 218, euro 12,90) rivelando la prospettiva vitale con la quale affronta un tema apparentemente lugubre. Come racconta lui stesso, infatti, un amico, alla vista del manoscritto, aveva obiettato: «Non sarà un po’ triste la lettura di questo libro? ». In realtà l’autore vuole dimostrare che si può affrontare questo momento inevitabile in modo sereno, cioè si può «andare incontro alla morte con la certezza gioiosa di abbracciare la Vita, dopo che in terra si è potuto umanamente contemplare il Germe della Salvezza».

Camilian Demetrescu  arazzo del ciclo «Hierofanie» (1992)

Sicari non traccia una teologia spirituale o una metafisica, una sorta di trattato a priori, ma osa entrare nel vissuto esperienziale di cento santi che ci hanno preceduto per evidenziare “come” hanno affrontato i loro ultimi momenti di respiro umano, prima di lasciarsi trapassare dal respiro del Soffio e giungere a contemplare il Volto di Dio. La narrazione si sviluppa in otto tipologie di cui ciascuna racchiude, in ordine cronologico, persone come noi, appartenenti a epoche e secoli diversi, a culture e ambienti sociologici lontani o sconosciuti per poi sfociare nella conclusione mariana, i versi che Dante dedica alla Vergine, Colei che affascina i santi: «Indi rimaser lì nel mio cospetto/Regina coeli cantando sì dolce che mai da me non si partì il diletto».

La prima tipologia si intitola Morire martiri; opto per don Pino Puglisi, il cui nome evoca il quartiere periferico di Palermo «dove la mafia coltivava tra i ragazzi la sua futura manovalanza». Come reagì quando giunse il fatidico momento? «”Me l’aspettavo” disse con un indimenticabile sorriso buono mentre l’esecutore gli sparava alla nuca».

Rita da Cascia, per la seconda tipologia Morire d’amore, ci dona «non solo un miracolo cortese, ma un mistico scambio: per tanti anni Rita aveva portato sulla sua fronte la dolorosa ferita della spina ora, al termine di quella passione, Cristo le donava giustamente una rosa». Rita l’aveva desiderata e sembrava delirasse. In pieno inverno con una coltre di neve nell’orto, chiedere una rosa? E due fichi maturi? Eppure proprio questo fu il dono.

Katharine Mary Drexel, figlia di ricchi banchieri, incarna la tipologia del Morire di passione ecclesiale. Grazie infatti allo “spreco” di tutte le sue sostanze per la promozione di indiani e neri d’America, si giunse all’abrogazione delle leggi di segregazione razziale. Dopo diciassette anni di quasi immobilità, nel 1955 «morì con questa dolce preghiera sulle labbra: “O Spirito Santo, voglio essere una piuma in modo che il tuo respiro possa portarmi dove vuoi tu”».

Morire di carità materna è un dono grande, insieme inatteso e coltivato, come scriveva Annalena Tonelli, missionaria laica fra gli ultimi del Kenya e della Somalia. «Vorrei che tutti coloro che amo imparassero a vedere la morte con semplicità. Morire è come vivere. La mia vita è per loro, per questi piccoli malati, per i mutilati nel corpo e nello spirito, per gli sfortunati che non lo hanno meritato. Se io potessi vivere e morire d’amore! Mi sarà concesso?». La sera del 5 ottobre 2003 mentre «se ne stava sola in compagnia dell’Eucaristia» nel piccolo ospedale non ancora ultimato fu raggiunta da due colpi di fucile sparati alla nuca. Dono concesso.

di Cristiana Dobner

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