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Come migliorare un'invenzione

· Chaucer lettore di Boccaccio ·

È Ammettiamolo, Chaucer conosceva il Decameron il titolo scelto per il saggio di apertura di The Decameron and the Canterbury Tales. New Essays on an Old Question (a cura di L.M. Koff e B.D. Schildgen, Cranbury-London 2000), con il quale Peter Beidler, alle soglie del nuovo millennio, sembra voler mettere un punto fermo alla vecchia questione, centrale per la critica chauceriana, dei rapporti tra i Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer e il Decameron di Giovanni Boccaccio. «Ammettiamolo, Chaucer conosceva il Decameron»: questa affermazione porta con sé altri interrogativi tutti riassumibili nella domanda «Cosa sappiamo effettivamente del Decameron di Geoffrey Chaucer?».

John William Waterhouse, «A Tale from Decameron» (1916)

Per quanto sia ormai innegabile il debito del poeta d’oltremanica nei confronti delle Tre corone e di Boccaccio in particolare, la questione della conoscenza del Decameron e sul ruolo che quest’opera ha avuto nella redazione dei Canterbury Tales ancora oggi divide gli studiosi. 

Fin da subito sono state riconosciute ampie convergenze per quanto riguarda l’uso della cornice, la figura di un regista che stabilisce le regole della narrazione così come temi e argomenti. Più complicato appare provare una dipendenza diretta ed esplicita di Chaucer da Boccaccio nei Racconti di Canterbury, poiché non sono ancora emerse prove certe per dimostrare che senza ombra di dubbio il poeta inglese conoscesse la raccolta del Certaldese.
Il libro curato da Koff e Schildgen, nonché qualche anno prima quello di Thompson (Chaucer, Boccaccio and the Debate of Love. A Comparative Study of The Decameron and The Canterbury Tales, Oxford 1996) si inseriscono in un vivace dibattito animato da numerosi studi che dall’inizio del secolo scorso ai nostri giorni hanno affrontato questo tema determinando schieramenti opposti e, spesso, aspre polemiche. Limitandoci all’Italia, oltre ai contributi di Pio Rajna (1903) e Mario Praz, vanno ricordati gli studi di Piero Boitani che a partire dagli Ottanta del Novecento hanno riaperto il dibattito sui rapporti tra «Chaucer e il Trecento italiano»».
In questo discorso si inserisce anche il volume di Frederick Biggs, Chaucer’s Decameron and the Origin of the Canterbury Tales (Cambridge, Brewer, 2017, pagine 275, euro 71,38) che nel titolo dichiara esplicitamente l’assunto principale del discorso: il ruolo del Centonovelle nella concezione del piano dell’opera del padre della poesia inglese.
L’analisi di Biggs muove dall’idea che tre novelle dell’ottava giornata nella raccolta del Certaldese, la prima, la seconda e la decima, siano fondamentali per dimostrare come Boccaccio abbia insegnato a Chaucer un nuovo modo di scrivere che, lasciando da parte la riscrittura diretta di storie altrui, mira a creare nuovi racconti per sviluppare argomenti complessi.
In questa ottica, come mostra l’attenta e puntuale analisi di Biggs, appare interessante l’operazione compiuta nello Shipman’s Tale dove in un unico racconto il poeta rielabora il tema centrale delle tre novelle del Decameron, l’evoluzione dei sistemi economici, dimostrando di aver pienamente compreso la strategia narrativa di Boccaccio. Mentre le tre novelle dell’ottava giornata raccontano la stessa storia tre volte, da altrettanti punti di vista, ambientandola in luoghi differenti — Varlungo, Milano e Palermo — e adattando il racconto di ambientazione rurale della prima al contesto urbano prima e al mondo della finanza internazionale nell’ultima, Chaucer fonde tutto in un unico racconto in cui sfrutta l’idea di fondo del testo di partenza per creare una storia nuova nella quale dimostra come anche il matrimonio si basi su questioni finanziarie.
Il Racconto del marinaio non è che una delle occasioni in cui emerge la straordinaria originalità di Chaucer il quale, ad esempio, nel Nun’s Priest’s Tale — «una miniatura dei Canterbury Tales» — attraverso le storie di un gallo e una gallina, Chauntecleer e Pertelote, offre una profonda riflessione sulla letteratura e sulla natura delle raccolte di novelle che verte sull’uso delle fonti, sul modo in cui le storie cambiano quando sono riscritte o rinarrate in nuovi contesti.
Altro nodo centrale per dimostrare la conoscenza del Decameron da parte di Chaucer è l’intervento di Licisca nella sesta giornata, un esempio straordinario del modo in cui collegare una cornice con i temi delle singole storie all’interno di una raccolta, caratteristica distintiva dei Racconti di Canterbury. Soprattutto la scena di Licisca — secondo la puntuale argomentazione di Biggs — fornisce a Chaucer gli argomenti per esplorare questioni di genere e di relazioni tra i sessi, nonché le dinamiche delle classi sociali, ad esempio, nel racconto del Cavaliere e del Mugnaio, dell’Uomo di legge e della Donna di Bath. In questo modo l’intervento di Licisca aiuta a far luce sull’inizio dei Racconti di Canterbury che avrebbero dovuto aprirsi con le storie di due coppie di narratori: l’Uomo di Legge e la Donna di Bath da un lato, il Cavaliere e il Mugnaio dall’altra. A causa della problematicità del Racconto del marinaio questo piano saltò e alla fine Chaucer nel primo frammento decise di presentare una serie di storie che dopo il Prologo generale, per bocca del Cavaliere, del Mugnaio, del Fattore e del Cuoco, riflettessero e mettessero in discussione l’ordine della società.
Lo Shipman’s Tale e il Nun’s Priest’s Tale, come pure il Knight’s Tale, il Miller’s Tale e il Wife of Bath’s Tale suggeriscono cosa abbia significato il Decameron per il padre della poesia inglese e, come dimostra l’attenta lettura di Biggs, permettono di indagare a fondo la questione delle origini dei Canterbury Tales, i metodi di composizione e le idee dell’autore su alcune questioni centrali quali la classe sociale e il genere.
Cosa ha insegnato il Decameron a Chaucer? Un nuovo modo di intendere la letteratura, di considerare il rapporto delle storie con temi e motivi per scrivere racconti affascinanti e intriganti. Chaucer ha appreso come elaborare le proprie idee in una nuova narrazione e nel far questo — secondo Biggs — va ben al di là di quanto abbia detto Boccaccio. Ammettiamolo, Chaucer conosceva il Decameron e nel rielaborarlo dimostra pienamente di possedere l’abilità tipica degli inglesi di riprendere opere letterarie del passato e perfezionarle, uno straordinario «genio di migliorare un’invenzione».

di Emilia Di Rocco

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20 agosto 2019

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