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Come meridiani nelle vicinanze del polo

· Scienza e religione secondo padre Stefano Visintin ·

L’esprit accademico benedettino si esprime da secoli nel bilanciamento armonioso tra un severo rigore metodologico e una riconosciuta libertà nella ricerca filosofica e teologica. Ma è cifra monastica anche un certo gusto per il paradosso raffinato. Accade così che gli austeri professori dell’Ateneo pontificio di Sant’Anselmo scelgano il proprio Magnifico Rettore non dalle fila dell’Istituto Liturgico (il più famoso al mondo), né da quello scrigno di sapienza antica che è l’Istituto di spiritualità monastica, ma optino per un fisico nucleare.

Padre Stefano Visintin, da due anni rettore dell’università benedettina, 59 anni, monaco dell’Abbazia di Praglia, è infatti prima — cronologicamente s’intende — un fisico nucleare, laureato all’Università di Trieste, dove pure ha lavorato come ricercatore, prima di intraprendere la via monastica e conseguire un dottorato in teologia fondamentale alla Gregoriana. Il suo ultimo libro Come meridiani nelle vicinanze del polo (Bologna, Edb, 2018, pagine 118, euro 11,50) riassume e sintetizza questa sua versatilità d’impegno. Quali sono questi meridiani che inevitabilmente trovano un punto d’incontro senza fuga? Chiaramente si parla di scienza e religione, ma in effetti Visintin ne considera molti più: la fisica, classica e quantistica, la chimica, la biologia, la cosmologia, le teorie evoluzionistiche, le scienze tecnologiche e informatiche, le neuro scienze, la robotica, ma anche la teologia, la filosofia dell’essere, la gnoseologia, la metafisica, l’antropologia culturale e filosofica. Una cavalcata avvincente lungo questi meridiani, che nel disegno di Visintin, con pari dignità al fine giungono al punto omega della conoscenza, che è il Cristo cosmico di teillardiana memoria. Come pure da una frase del Fenomeno Umano di Teillard De Chardin è tratta la similitudine che dà il titolo al libro.

La parte iniziale del libro è senz’altro la più brillante e avvincente, in essa il monaco benedettino si adopera a confutare sul piano scientifico le tesi di Stephen Hawkings e di altri scienziati sostenitori della casualità della nascita dell’universo. «Perché c’è una legge di gravità l’universo può crearsi dal nulla; e lo fa», sostiene Hawking, «ma la legge di gravità è un qualcosa e non un nulla» replica il rettore di Sant’Anselmo. La conclusione di Visintin si muove anch’essa lungo lo stile del paradosso: anche Hawking è all’interno di una prospettiva “teologica” deista: solo che la sua “causa ultima”, il suo dio da cui tutto origina è una mera funzione matematica. E tra la freddezza di un dio-legge matematica e il calore di un Dio amore che tutto riconduce all’unità (“perché essere significa essere unito”) la scelta appare evidente. In sostanza, sostiene Visintin, Hawking smentisce da se stesso il presupposto da cui parte all’inizio del suo libro Il grande disegno, cioè la presunta morte della filosofia che risulterebbe ormai soppiantata dalla quantistica. Al contrario l’idea di una formula matematica che genera l’esistente, lungi dall’esautorare la filosofia, si pone piuttosto sul piano di una “cripto-metafisica”.

Nella seconda parte il libro intreccia più strettamente le considerazioni scientifiche con gli assunti fondanti la teologia antropologica cristiana. Non tralasciando il paradigma della tradizione tomistica, i riferimenti teologici — non sempre acritici — dell’autore sono soprattutto ai contemporanei: dallo “spirito cosmico” di Jurgen Moltmann al superamento della concezione tradizionale del dualismo anima-corpo di Karl Rahner, al già citato Teillard De Chardin. In questa parte forse manca, a completezza della trattazione, un meridiano: quello degli studi sulla psiche, e sulla dimensione dell’inconscio, in relazione al concetto tradizionale di anima: l’autore, forse per la sua formazione scientifica, preferisce trattare l’ambito della mente piuttosto che della psiche, l’hardware piuttosto che il software. Ma è un meridiano che ben merita una trattazione separata in un auspicato sequel del libro.

Al fondo, ciò che rileva come senso ultimo del libro, secondo Visintin, è che la teologia fondamentale oggi deve porsi su di una nuova e irrinunciabile frontiera: quella del confronto con gli enunciati della scienza. La ragionevolezza della fede, oggi, è sfidata essenzialmente dalla scienza, e il futuro prossimo acuirà l’urgenza di questo confronto. Confronto a cui occorre attrezzarsi perché la formazione teologica di base tutt’oggi è esclusivamente umanistica. La teologia fondamentale del domani consisterà essenzialmente in questo confronto. Da condurre con spirito di integrazione e unità: alla ricerca del Polo.

di Roberto Cetera

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20 settembre 2019

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