Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Come lupi tra vicoli bui

· ​Reportage del fotografo Valerio Bispuri sulla devastante droga che sta invadendo le città del Sud America ·

Se vedesse le foto del drammatico reportage di Valerio Bispuri, Papa Francesco probabilmente riconoscerebbe alcune di quelle strade polverose e malandate, circondate da baracche. Sono le strade delle villas miserias della sua Buenos Aires. Ed è lì che il fotografo romano ha iniziato il suo viaggio per documentare le terribili conseguenze dell’ultima, devastante “droga dei poveri” che sta invadendo inesorabilmente i quartieri degradati delle città sudamericane: il paco, un sassolino composto dall’ultimo scarto della lavorazione della cocaina, miscelato a cherosene, colla, veleno per topi o polvere di vetro. Costa poco, il suo effetto è istantaneo, dura pochi secondi, come una scossa, ma è dieci volte più potente di quello della cocaina. Chi comincia a farne uso non ha scampo: non può farne a meno e la sua vita si trasforma in una continua caccia alla dose — anche venti al giorno — in una condizione di perenne stordimento. 

Buenos Aires, 2010. El Barrio 17 de Noviembre en Fiorito (più conosciuto come el Campo Tonghi; © Valerio Bispuri)

Viaggiando tra Argentina, Perú, Brasile, Colombia e Paraguay, Bispuri ha attraversato con coraggio e determinazione questo inferno abitato da morti viventi per raccontare la sofferenza e la vita nei ghetti periferici, condividendo la quotidianità dei consumatori di paco, ed entrando, bendato, anche in una cocina, uno dei piccoli laboratori clandestini nei quali si produce questa droga, per concludere il reportage laddove tutto ha inizio. E come con Encerrados (2014), che era uno sguardo crudo sul mondo delle carceri latinoamericane, anche con questo lavoro — frutto di 14 anni di ricerche e svolto in contemporanea al precedente — l’autore offre una documentazione puntuale di un fenomeno poco conosciuto, ma di dimensioni preoccupanti. Un reportage altrettanto crudo e drammatico raccontato in un libro, Paco. A Drug Story (Roma, Contrasto, 2017, pagine 123, euro 35), con una introduzione dello scrittore Marco Lodoli e un testo del giornalista argentino César Gonzáles, che sarà presentato al Festival di Internazionale a Ferrara sabato 30 settembre, e in una mostra allestita fino all’8 ottobre a Forma Meravigli di Milano nell’ambito dell’esposizione Altre storie, altre voci.
Lo stile di Bispuri non ha spazio per fronzoli o artifizi. Gli interessa la realtà. Lì c’è già tutto e non serve cercare spasmodicamente l’inquadratura più raffinata per rappresentarla. Il suo però non riesce a essere uno sguardo distaccato, perché vi si colgono compassione e urgenza della denuncia. Ma il coinvolgimento non arriva al giudizio. Quello lo lascia agli altri, a chi guarda le foto, che parlano di vite distrutte, perlopiù di giovani, e di famiglie disperate. Immagini dure di povertà estreme, di disperazioni senza vie d’uscita, che hanno un grande impatto emotivo. Pagina dopo pagina, il fotografo ci porta, anche con le parole, lungo quelle strade, raccontando non solo ciò che ha visto, ma anche quello che ha sentito e provato a contatto con le vittime del paco.
«Lomas Zamora — scrive Bispuri — è una delle periferie più colpite dal paco. Ragazzini tra i dieci e i ventidue anni si muovono come lupi tra vicoli bui, la pelle consumata, magri, affamati, lo sguardo fisso nel vuoto. Non ci sono regole o leggi, l’unico e il solo scopo è procurarsi quanti più “sassolini” possibili. La loro giornata inizia con la notte. Si svegliano quando cala il sole e comincia con la caccia ai 50 pesos che costa una dose, a quei pochi secondi in cui si dimentica tutto e si inizia a morire». E i ragazzi-lupo di Lomas non hanno paura di morire.
Per quella dose sono disposti a tutto, non si fermano davanti a nulla e possono diventare merce di scambio persino sorelle e madri. Madri disperate, che attendono sveglie tutta la notte, sperando che i loro figli rientrino vivi, ma già pronte per quella, interminabile successiva. Ma anche madri che, per dare da mangiare ai figli, diventano venditrici di quella stessa droga. Come la donna trentaduenne, «ma ne dimostra cinquanta», che confeziona e smercia da anni le bustine col paco. Ma non per i suoi figli, anch’essi a caccia di dosi. Lo fa — dice — perché è l’unico modo per andare avanti, per poter comprare il latte all’ultima arrivata in famiglia. E come lei, molte altre, costrette, per sopravvivere, a foraggiare l’inarrestabile piovra che ha trasformato i loro stessi figli in lupi notturni. Abitanti di quelle notti che a Lomas, come in altre periferie di Buenos Aires e di molte città dell’America del sud, non hanno fine.
Quello di Bispuri, scrive Lodoli, «è un viaggio negli inferi, senza alcuna speranza che presto o tardi riappaiano le stelle, senza alcuna possibilità di riscatto. Il paco è l’ultima porta aperta sulla vertigine che tutto assorbe e inghiotte. Prima c’è solo lo schifo di una vita senza neppure un fiore o un bacio rubato, dopo c’è solo la morte, e più che una condanna sembra una liberazione».
Con le sue foto Bispuri — per il quale «Paco non vuole essere solo un’esposizione su una terribile droga, ma un’esplorazione antropologica e sociologica della nuova povertà in Sud America» — chiede uno sforzo di empatia a chi osserva. Mostrando quei volti deturpati e smunti, quegli occhi spenti che guardano il nulla, quei corpi inerti in attesa di un altro tremito di una vita mai vissuta, ma anche i tentativi dei paqueros che provano una disperata fuga dall’abisso nei pochi centri di riabilitazioni, il reporter ci invita a non voltare la testa. Le sue foto disturbanti la nostra quieta e comoda esistenza rappresentano uno dei tanti scandali di oggi e per questo pretendono attenzione, non indifferenza. Ci chiedono di prendere coscienza di come è costretta a vivere una fetta di umanità. E di farcene carico, in qualche modo.

di Gaetano Vallini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE