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Come lui
solo Shakespeare

· Dante assunto a supremo modello di poesia e stile ·

La filosofia è essenziale alla struttura della poesia, e quando la filosofia si tinge di spiritualità, la poesia stessa assume un valore più grande e una forza più incisiva. È questa la tesi sostenuta da Eliot, che vedeva incarnata in modo esemplare in Dante, da lui stimato e apprezzato in sommo grado. Per esaltare il divino poeta, lo scrittore statunitense naturalizzato britannico si era trovato obtorto collo a criticare un altro scrittore da lui «altamente rispettato», Paul Valéry, il quale — in una nota critica pubblicata sulla rivista letteraria «Athenaeum», il 23 luglio 1920 — sentenziava che la «poesia filosofica» era ormai sulla china di un graduale e inarrestabile declino: forse in passato, essa aveva una sua ragion d’essere, ma nell’attualità la “poesia filosofica” aveva perso smalto e slancio. Di diverso parere era Eliot, secondo cui non solo nel presente questo genere di poesia, innervata di un’immaginazione potente e catartica, conservava intatto il suo status, ma soprattutto poteva vantare in Dante la figura di riferimento per eccellenza. 

Ne The Sacred Wood, libro che raccoglie saggi sulla poesia e la critica, Eliot — nel difendere l’autore della Divina Commedia da «inopportune puntualizzazioni» mosse dai suoi stessi estimatori — afferma che è sbagliato distinguere tra “poesia” di Dante e “dottrina” di Dante, anche perché talvolta la filosofia viene confusa con l’allegoria. «La filosofia — scrive Eliot — è un ingrediente, è una parte del mondo di Dante così come è una parte della vita, mentre l’allegoria è l’impalcatura sulla quale è costruito il poema». Citando un manualetto dello scrittore Henry Dwight Sidgwick, il quale si propone di spiegare al lettore il significato di Dante quale “guida spirituale”, Eliot condivide l’assunto secondo il quale l’Inferno, nel suo senso letterale, è per il poeta «una cosa secondaria e lo è anche per noi». Sia a Dante sia al lettore interessa l’allegoria, ed essa è assai semplice: l’Inferno è l’assenza di Dio. In virtù di tale assenza, si scatena un movimento impetuoso verso l’alto, nel segno di un processo catartico che, puntando al cielo, imbastisce e poi suggella la redenzione dell’uomo.
Uno dei motivi che spiegano la grandezza di Dante risiede, secondo Eliot, nella sua capacità di creare una struttura narrativa in cui il sentimento non è mai contemplato per se stesso. Di conseguenza la bellezza degli episodi che scandiscono la Divina Commedia «non è nella loro qualità di digressione». Al riguardo Eliot cita il caso di Brunetto: l’emozione del passo consiste nell’eccellenza del protagonista pur nella dannazione. Quella di Brunetto è un’anima «tanto ammirevole e tanto perversa»: e parve de costoro Quegli che vince e non colui che perde.
L’ammirazione di Eliot per Dante ha una rilevante singolarità, perché s’inserisce e viene dispiegata in un contesto altrimenti caratterizzato dall’aspirazione a riconoscere negli autori greci e latini il modello, luminoso e senza rivali. Dunque Eliot va controccorente, poiché per quanto ammirato, il divino poeta di rado assurgeva a riferimento esemplare: tanto meno in Inghilterra, dominata dal carisma e dall’influenza di Shakespeare.
Nel saggio What Dante Means to Me, apparso nell’opera To Criticize the Critic and Other Writings, Eliot afferma che la poesia di Dante costituisce «una scuola universale di stile per tutti i poeti e per tutti i linguaggi». Come lui «c’è solo Shakespeare» e «non ne conosco un terzo« chiosa Eliot, il quale poi osserva: «Se si cerca di imitare Shakesperare, il risultato sarà una distorsione del linguaggio, che diventerà soffocato e oltremodo violento, se si cerca di imitare Dante, e non si ha talento, l’imitatore si dimostrerà prosaico e banale».
E non c’è proprio niente di prosaico in Dante, ammonisce Eliot, che vede proprio nell’esperienza mistica l’asse portante della sua architettura poetica. «Il vero mistico — scrive — non si soddisfa del solo sentimento, deve almeno pretendere di “vedere”, e l’assorbimento nel divino è soltanto il necessario, sebbene paradossale, limite della contemplazione. Il poeta non mira a suscitare emozioni ma a esprimere qualcosa; lo stato del lettore è semplicemente il modo, di percepire ciò che il poeta ha racchiuso nelle parole. Dante, più ancora di ogni altro poeta, — sottolinea Eliot — è riuscito a trattare la sua filosofia, non come teoria (nel senso moderno e non greco della parola) o come suo commento o riflessione, ma in termini di cosa “percepita”». Quando quasi tutti i poeti moderni si limitano a ciò che hanno percepito, producono per il lettore, di solito, nient’altro che «oggetti di natura morta e pezzi disparati di arredamento come in un magazzino teatrale»: ma questo «non implica tanto che il metodo di Dante sia superato, quanto che la nostra visione è forse relativamente ristretta».
Sin da giovanissimo Eliot aveva coltivato una speciale predilezione per Dante, capace di essere e restare «semplice e chiaro» pur nella «grandiosità maestosa del suo pensiero». E quando, dopo oltre quarant’anni “il colpo di fulmine”, si ritrovò, chino sul tavolo, a «nutrirsi» ancora dei versi della Divina Commedia, Eliot confessa forte a se stesso, in modo che anche gli altri sentissero, che non aveva mai conosciuto un poeta che sapesse coniugare, in così felice sintesi, intelletto ed emozione, cronaca fattuale e sublime immaginazione.

di Gabriele Nicolò

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12 dicembre 2019

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