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La mistica
in Giovanni della Croce

· Nel classico saggio di Jean Baruzi ·

La tradizione cattolica è pressoché concorde nel riconoscere in san Giovanni della Croce il maggiore esponente della mistica moderna, nella sua vocazione universalistica. Altrettanto concordi sono gli studiosi nel considerare lo studio di Jean Baruzi, Saint Jean de la Croix et le problème de l’experience mystique (1924) come il più importante tra quelli dedicati al mistico castigliano. Con piacere si saluta perciò l’uscita, presso Morcelliana, del libro di Jean Baruzi, Giovanni della Croce (Brescia, 2017, pagine 256, euro 18), curato da Domenico Bosco. Si tratta della “voce” relativa al santo che lo studioso francese redasse, nel 1948, per una Histoire générale des religions, e, come tale, il saggio tiene conto delle discussioni che accompagnarono l’uscita del suo grosso libro di più di venti anni prima. In realtà esso era stato anche preceduto da una importante, articolata riflessione sulla “esperienza mistica”, sulla quale si era cimentata, nel primo ventennio del secolo, buona parte della cultura, non solo cattolica, francese. A partire, infatti, dall’opera di William James sulle Varie forme dell’esperienza religiosa (1902), religione, filosofia, psicologia si erano interrogate sul problema “mistica”, e in particolare sul suo valore conoscitivo. In Francia basti ricordare i nomi di Bergson, Blondel, Boutrox, Maritain, Bremond, Loisy, Delacroix, i cui scritti rappresentano ancora oggi uno dei contributi più importanti all’indagine su questa delicata materia. Su tutto ciò fornisce un’ampia e dotta informazione l’introduzione di Domenico Bosco, intitolata Giovanni della Croce e Baruzi. Ovvero sulla “logica” della mistica.

È ben nota la radicalità con cui il mistico castigliano rimuove ogni immagine determinata di Dio, sostenendo un concetto della fede come distacco, in forza del quale l’anima passa per una serie dolorosa di “notti”, giungendo a un nulla assoluto, ed è proprio e soltanto in questo nulla che si compie l’unione amorosa dell’anima con Dio. Questo è il punto che ha mosso l’interrogativo principale: tale rimozione totale non finisce per colpire anche il cristianesimo stesso? Non è allora, corretto, vedere in Giovanni della Croce un discepolo di Plotino — letto negli anni della formazione universitaria e le cui tracce son ben evidenti nella sua opera — o addirittura un parente stretto della mistica induista, come di recente si è fatto? Del resto, un altro grande studioso del santo, il compianto don Divo Barsotti, proprio a chi scrive queste righe faceva notare che nell’opera di Giovanni, che pure vive nel pieno della Spagna controriformista, c’è un silenzio quasi assoluto su Chiesa e sacramenti. D’altra parte, però, appare impossibile togliere il mistico carmelitano dall’humus cristiano: basti pensare al suo riferimento costante alla Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, e alla assoluta centralità che ha per lui il Cristo.
Illuminanti a questo proposito sono proprio le pagine di Baruzi. Lo studioso francese rileva come dell’Antico Testamento, Giovanni della Croce faccia una lettura essenzialmente sapienziale, relativa all’analisi delle passioni disordinate del cuore umano, con la conseguente necessità delle purificazioni necessarie, in conformità col suo pensiero essenziale: desnudez, ovvero svuotamento, distacco, abbandono di tutto ciò che è creaturale, altro da Dio. E, in parallelo, dal Nuovo Testamento il Dottore mistico estrae non una dottrina sul Cristo, bensì la pura imitazione del Cristo. In lui vede l’annientamento totale già realizzato nella sua pienezza, in quanto «il Cristo è, per eccellenza, colui che ha rinunciato a se stesso nei suoi sensi e nel suo spirito», per cui è corretto dire che il mistico non “contempla” mai Gesù Cristo, ma lo “imita” sempre, ovvero «si annienta insieme a lui» (cfr. p. 72).

di Marco Vannini

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19 marzo 2019

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