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Come il mercato è diventato una religione

· La riflessione del teologo battista Harvey Cox ·

È davvero molto interessante che il celebre teologo battista Harvey Cox, conosciuto tanto dai teologi quanto dai sociologi della religione per il suo La città secolare pubblicato negli anni Settanta, abbia dato alle stampe un libro che non poteva non attirare la nostra attenzione: The market as God pubblicato dalla Harvard University Press nel 2016 (Cambridge, pagine 320, euro 24,50). Una sintesi per il lettore italiano può essere considerata la trascrizione della conferenza presentata all’Istituto Kessler di Trento, quando il teologo è intervenuto nell’ambito della prima Davide Zordan Lecture, intitolata Il mercato divino. Come l’economia è diventata una religione (a cura di Paolo Costa, Bologna, Edizioni Dehoniane, 2017, pagine 72, euro 7,50). 

«Adorazione del vitello d’oro» (xii secolo)

Il punto di partenza della riflessione, accessibilissima nonché parecchio stimolante, è l’Evangelii gaudium di Papa Francesco. È toccante leggere nelle parole del teologo protestante che l’incoraggiamento a mettere per iscritto un’equazione secondo la quale il mercato è concorrente di Dio e per questo, in un certo qual modo, divino lui stesso, venga dall’esortazione del Pontefice: «Il libro è stato ispirato in parte da Papa Francesco. Mi ha molto colpito, infatti, che la sua prima esortazione apostolica — l’Evangelii gaudium — ruotasse attorno a un quesito tanto semplice quanto essenziale. Se il vangelo è davvero la lieta novella, una buona notizia per l’umanità, perché oggi siamo tutti così emotivamente controllati, se non addirittura depressi?».
Se il Papa non avesse proferito queste parole nel senso di una critica all’economia di un mercato divinizzato, sacralizzato, spiritualizzato a tal punto da far rimettere in questione tutti i valori della natura umana, allora nemmeno un teologo della levatura di Cox avrebbe concepito questa riflessione. Non è certo una novità assoluta paragonare il mercato alla divinità, meglio ancora di sacralizzarlo, di ritenerlo una vera e propria religione, con i suoi rituali, le sue istituzioni, le sue élites e ancora tanti altri aspetti tipici della dimensione religiosa. Già Walter Benjamin, filosofo che ha segnato tanta parte della riflessione contemporanea, l’aveva già affermato. Il fatto vero, profondo, che non può lasciare indifferenti — come Papa Francesco tenta di fare da anni —, sono le conseguenze di questo processo, cioè che il mercato sacralizzato uccide il desiderio vero, quello libero, devasta in un’ultima analisi quanto sembra invece dichiarare nei suoi principi supremi: la libertà. Così il teologo scrive: «È difficile nominare una sfera della vita che non sia contaminata dalla logica del Mercato, da quella fiducia cieca nelle virtù del libero mercato che viene talvolta definita “mercatismo”».
In fondo si capisce che a forza di sacralizzare il mercato, a forza di divinizzarlo, l’uomo contemporaneo perde la capacità di scelta, di una vera e propria libera scelta. Perdendo la capacità di scelta, in un certo senso perde anche la possibilità di riconoscere l’altro e il valore intrinseco della persona. Papa Francesco parlando di globalizzazione dell’indifferenza, stigmatizza — certamente implicitamente ma non meno autorevolmente — una società dove tutto apparentemente si compra, dove tutto è tradotto in moneta sonante, e per questo stesso motivo non si vede più il vero altro. Per vederlo bisogna avere occhi capaci di guardare e orecchie capaci di ascoltare.

di Alberto Fabio Ambrosio

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26 maggio 2019

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