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Come la Madonna della Lettera sbarcò in Cina

· In un manoscritto seicentesco opera di un giovane gesuita siciliano ·

Il manoscritto

In occasione della visita di Papa Francesco alla comunità Speranza e Carità di Biagio Conte di Palermo il prossimo 15 settembre, verrà consegnato al Santo Padre da parte di Nino Giordano, presidente dell’associazione culturale Movimento Giorgio La Pira per il Mediterraneo, un dono dalla valenza particolare per il nostro pontefice gesuita. Si tratta della riproduzione fotografica ad alta definizione di un inedito manoscritto del secolo xvii, opera di un giovane gesuita messinese missionario nelle Indie orientali, recentemente rintracciato nei depositi del Museo regionale di Messina, che riporta la traduzione in lingua cinese della leggendaria lettera di protezione alla città di Messina che la Madonna avrebbe consegnato ad alcuni ambasciatori della città dello Stretto giunti nell’anno 42 a Gerusalemme in compagnia dell’apostolo Paolo. Il culto della Madonna della Lettera inizia ad attestarsi a Messina intorno al xvi secolo sino a raggiungere la sua forma compiuta nel secolo successivo grazie, in particolar modo, all’impegno e alla devozione degli ambienti gesuitici della città.

Il manoscritto, vergato a pennello su una tela di lino di piccole dimensioni (27 per 23 centimetri) versava prima del restauro in precarie condizioni di conservazione, suddiviso in due grandi frammenti più altri minori, sui quali sono leggibili due distinte iscrizioni, seppur lacunose: la prima, una sorta di titolatura in italiano con caratteri librari su quattro righe, e l’altra su 14 colonne con caratteri cinesi. Nonostante la documentazione del museo non fornisse alcuna notizia sulla reale natura del manufatto, è stato possibile ricostruirne la storia, l’epoca, nonché l’identità dei personaggi che concorsero alla sua realizzazione.

Se dalla traduzione dell’iscrizione in cinese sono emersi da subito inequivocabili e ampi riferimenti al testo della Lettera della Madonna ai messinesi, dall’incipit in italiano, particolarmente frammentario, è stato possibile individuare il contesto generale, ovvero quello della Compagnia di Gesù orbitante intorno al noviziato di Messina. Fortunatamente, dal diffuso degrado della tela è stata esclusa la parte che riporta un nome: “P. Placido Giunta”. È proprio seguendo le orme di questo gesuita messinese, oggi dimenticato ma che ebbe grande notorietà e seguito nella Messina del xvii secolo al punto da meritarsi l’appellativo di “apostolo di Messina”, che si è riusciti a intercettare, tra burrascosi viaggi verso le Indie Orientali, la piccola tela manoscritta.

Placido Giunta nacque a Valdina, piccolo centro del versante tirrenico dei Peloritani, nel 1593. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1613, dopo un periodo iniziale trascorso a Malta e Palermo, nel 1626 giunge a Messina, svolgendo la sua lunga carriera religiosa tra il Collegio, la Casa professa, e il noviziato, in cui ricoprirà il ruolo di rettore dal 1655 al 1662, riscuotendo un grandissimo seguito e pressoché unanime venerazione. Devozione consolidata, durante la sua lunga vita che terminerà la notte di Natale del 1674, da innumerevoli opere di carità ed episodi a lui relativi ritenuti dai suoi contemporanei fortemente in odore di santità. Cassa di risonanza eccezionale per la sua opera di apostolato fu la Congregazione mariana della Penitenza, da lui fondata nel 1627, detta anche “della Sciabica” per la capacità di catturare tra le sue strette maglie, a somiglianza della tradizionale rete da pesca, una gran quantità di uomini, indotti, grazie alle sue straordinarie capacità oratorie, al pentimento e alla confessione.

Tra le maglie della sciabica di padre Giunta venne catturato nel 1631 anche un giovane rampollo della nobiltà messinese, Metello Saccano, allora diciannovenne con alle spalle una vita dissoluta e scapestrata priva quasi totalmente di istruzione ed educazione religiosa. L’incontro con il Giunta, che da allora diventerà un punto di riferimento imprescindibile del giovane, stravolgerà totalmente la sua vita. Entrato nel Noviziato messinese nel novembre del 1631, Saccano, stimolato e incoraggiato dall’apostolo di Messina, supererà brillantemente gli studi in Litteras Humaniores e Teologia, sino a giungere a insegnare sia a Catania che a Messina. Già dai tempi del suo noviziato andava maturando l’intenzione di svolgere il suo apostolato in Giappone, pur consapevole che da diversi anni tale destinazione era preclusa ai missionari gesuiti per le terribili persecuzioni che le autorità locali avevano scatenato contro i cristiani e i rappresentanti della Compagnia di Gesù.

Il suo desiderio di raggiungere il Sol Levante, incurante dei pericoli che avrebbe corso, anzi anelante a cingere la corona del martirio, diventa irrefrenabile tra il 1640 e il luglio del 1642 quando, per ottenere il suo obiettivo, invia una quantità esorbitante di richieste, ben 53 litterae indipetae, dai toni particolarmente appassionati, alla Curia Generalizia di Roma, l’organismo da cui dipendeva la selezione degli aspiranti missionari.

Ottenuto finalmente il permesso, malgrado l’opposizione dei genitori, Metello Saccano salperà da Lisbona nel marzo 1643. Dopo diversi mesi di viaggio e una breve sosta a Goa, sulla costa occidentale dell’India, sede del collegio gesuita di San Paolo da cui dipendevano tutte le missioni in Oriente, la nave su cui viaggiava raggiunse nel luglio del 1644 il porto di Macao, nella Cina meridionale, scampando miracolosamente a un tremendo tifone che fece colare a picco le altre due navi che componevano la spedizione. A Macao Saccano entra in contatto con il famoso linguista gesuita Alexandre de Rhodes che lo istruisce nella lingua locale, in particolar modo l’annamita, la lingua parlata in Cocincina (attuale Vietnam) dove Metello nel 1646, negatogli categoricamente il Giappone, verrà inviato in missione e opererà per quasi nove anni. In questo periodo sarà testimone e vittima di terribili persecuzioni, costretto per ben tre volte all’esilio, verrà anche condannato a morte ma graziato all’ultimo momento, con grande sconforto essendo il suo massimo desiderio morire martire per la fede.

Nel settembre del 1654 lo ritroviamo a Macao dove verrà eletto procuratore per relazionare a Roma sullo stato delle missioni della Provincia giapponese. Salpato da Macao agli inizi del 1655, dopo pochi giorni di navigazione, nei pressi di Makassar (Indonesia) la nave su cui viaggiava fu investita da una terribile tempesta che ne causò l’affondamento in cui persero la vita centocinquanta uomini. Il gesuita si salverà, insieme a pochi altri, a bordo di un piccolo battello perdendo, però, gli incartamenti necessari per la sua relazione a Roma. Nella vana attesa che gli rispedissero da Macao la documentazione indispensabile per riprendere il viaggio, Saccano resterà tra Makassar e l’isola di Sumba, nell’arcipelago delle piccole isole della Sonda, per quattro anni. Convocato nuovamente a Macao ricoprirà la carica di vicerettore del Collegio dal settembre 1660 sino al marzo 1662 quando farà ritorno in Cocincina, dove morirà nell’agosto dello stesso anno.

Sulla morte di Saccano esistono però alcune ombre. L’assenza nella documentazione ufficiale di riferimenti a un eventuale martirio farebbe propendere per un decesso dovuto a cause naturali. Tuttavia un’autorevole testimonianza di padre Prospero Intorcetta, missionario siciliano in Cina dal 1658, riferisce che Metello Saccano nell’ultimo anno di vita, mai abbandonata l’idea di andare in Giappone, dopo alcuni tentativi falliti, riuscì finalmente a raggiungerlo. Dopo breve tempo, però, sarebbe stato catturato e rinchiuso in prigione, dove subì ogni tipo di tortura sino alla morte, ultimo dei martiri gesuiti nella terra del Sol Levante.

Difficile dire come andarono realmente le cose anche se la personalità tenace e ostinata del giovane gesuita che emerge dallo studio delle fonti non esclude la possibilità che abbia potuto coronare il suo apostolato con il martirio in terra giapponese anche senza il consenso dei superiori, trasgredendo dunque al voto dell’obbedienza e per tale motivo taciuto dalla documentazione ufficiale.

Ritornando al manoscritto e volendolo seguire nel suo viaggio dall’Oriente a Messina, una prima importante notizia ce la fornisce l’opera storico-apologetica di Placido Reina del 1668, Notitie istoriche della città di Messina, in cui parlando degli uomini che si adoperarono strenuamente per la divulgazione della Madonna della Lettera annovera Metello Saccano che ne diffuse il culto in Cina. Un fondamentale riscontro dell’esistenza del manoscritto proviene, qualche anno dopo (1705), dal gesuita Benedetto Chiarello il quale, parlando di Saccano, afferma che inviò una copia in cinese della Lettera conservata, all’epoca, nel noviziato messinese.

Successivamente, come ci informa il Gallo (1804), per motivi ignoti e in epoca imprecisata, ritroviamo la copia in cinese della Lettera presso un antiquario messinese, i cui eredi nel 1798 la doneranno al senato della città che da lì a poco (1806) avrebbe istituito il Museo civico peloritano, dove risulta annotata negli inventari (ante 1884) fino ad approdare, dopo il tragico sisma del 1908, quando si era ormai persa la memoria della sua storia e del suo significato, al Museo nazionale di Messina (1915), oggi regionale. Va segnalato che a metà del xviii secolo una sua copia fu annoverata, per un certo periodo, tra le reliquie della cattedrale di Messina.

Il periodo più plausibile per la realizzazione dell’elegante manoscritto e per l’invio al suo padre spirituale è quello compreso tra il 1655, anno in cui il Giunta fu nominato rettore del noviziato messinese, e il 1662, anno della morte del Saccano, essendo, nell’intestazione in italiano del manoscritto, il nome “Placido Giunta” messo in stretta relazione con il termine “Noviziato”. La cosa certa è che si trattò non solo dell’omaggio di un fervente missionario per la diffusione del culto della Madonna della Lettera nelle lontane terre d’Oriente, ma anche, e forse soprattutto, del dono personale al proprio maestro, segno tangibile del profondo legame con colui che aveva saputo istillare nel cuore di un giovane scapestrato il seme della fede e della vocazione apostolica.

di Agostino Giuliano e Maurizio Scarpari

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15 novembre 2018

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