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Come Jo
di «Piccole Donne»

· Uscito in Francia il nuovo libro di Jean Vanier ·

Jean Vanier  con una ragazza dell’Arca

Compassione è vivere insieme qualsiasi sentimento — gioia, angoscia, felicità, umiliazione. È la capacità massima di immaginazione, condivisione con l’altro, telepatia delle emozioni. Quello che, nella gerarchia dei sentimenti, Milan Kundera definisce «il sentimento supremo». Nel suo ultimo libro Un cri se fait entendre: mon chemin vers la paix (Paris, Bayard, 2017, pagine 200, euro 14,90), scritto con François-Xavier Maigre, Jean Vanier, il fondatore della comunità dell’Arca, profonde a piene mani questa consapevolezza.

Il libro è diviso in capitoli che sono dei ricordi. «Lo sapete che L’Arca ha avuto inizio quasi per caso? Dentro di me avevo il desiderio di una vita comunitaria con i poveri, fondata sul Vangelo, la scintilla c’è stata allorché...». Poi l’incontro con Raphael e Philippe, entrambi con gravi disabilità, orfani e reduci da una situazione di violenza e noia. Presto altri si uniranno. Un’amica, Jaqueline, aiuterà a sistemare la prima piccola casa, è sempre lei a chiedere di chiamarla Arca, a immagine di quella di Noè. Un’Arca volta ad accogliere ogni sorta di umanità.

Il riservato ex ufficiale di marina, titolare di un dottorato in filosofia, propenso a una vita austera, impara all’Arca il tempo della festa, la gioia dei pasti condivisi «momenti che fanno rinascere il fanciullo che è in me, quello che ama ridere, godere delle piccole cose, osare sciocchezze».

Ma l’Arca è anche difficoltà: una comunità che si occupa di fragilità è, per definizione, fragile. Implica la venuta di nuove persone con disabilità e storie di sofferenza e umiliazione alle spalle, di nuovi amici, operatori, spesso senza formazione specifica, né esperienza, ciascuno con le proprie, a volte profonde e negate, resistenze. Tutti hanno bisogno di capire la propria visione e il proprio carisma, hanno bisogno di ascolto, senza desiderio di essere convertiti a un’altra verità, di «relazioni rassicuranti che facciano sentire preziosi e amabili».

Natale 1965: una ventina di assistenti si incontra per fare il punto, esprimere perplessità, dare suggerimenti. «Rimasi stupefatto e a dire il vero anche un po’ scioccato, lo devo ammettere — scrive Vanier — per tutto quello che venne fuori al capitolo delle defaillances». Si elabora una costituzione che delinei con chiarezza le modalità pratiche di una vita in comune, che tuteli la buona comunicazione interna.

È chiaro, non si tratta di “fare delle cose per” delle persone in difficoltà, ma di “essere con”. Accettare, capire che si vincono le paure facendo proprio il senso profondo della compassione. Solo il cum-patire è terapeutico, appagante, liberatorio, per tutti. Ciascuno ne esce trasformato.

Tutto questo in un’epoca in cui anche nella Chiesa molti ancora pensavano che le persone con disabilità mentale non potessero partecipare ai pellegrinaggi. La loro esuberanza avrebbe potuto turbare gli altri pellegrini. È il 1969, Marie Helene Mathieu racconta a Jean Vanier del «soggiorno disastroso vissuto a Lourdes» da una coppia con due figli con disabilità. «E se noi organizzassimo — chiede lui — un grande pellegrinaggio per le persone con disabilità in compagnia dei loro famigliari e dei loro amici? Subito si formò un piccolo gruppo di lavoro — Foi et Lumiere voit le jour!».

L’incontro ha luogo nel 1971, durante le feste di Pasqua. Più di dodicimila pellegrini, più di quindici le nazionalità rappresentate. «Come descrivere l’atmosfera di una folla così ricca... mancano le parole. Ancora oggi sono sbalordito per tutto quello che abbiamo vissuto e capito. È stato unico... Furono giorni, ne sono testimone, di gioia e di unità. Nessuno si sentiva escluso. L’impronta mariana del luogo non ha minimamente intaccato lo slancio ecumenico della nostra iniziativa. Dei pellegrini protestanti erano presenti fra noi, con i loro cappellani». Il lunedì di Pasqua si organizza una riunione con tutti i responsabili regionali. Dichiarano di voler continuare questa esperienza. «Continuate a incontrarvi nelle vostre comunità».

Sono davvero tanti gli incontri che Vanier ricorda nel suo ultimo libro. Teresa di Calcutta, il cui esempio resta lucente per le giovani generazioni; Giovanni Paolo II, un amico al quale «devo una nuova liberazione del mio cuore», scrive Vanier, un amico che continua a vegliare sull’Arca; Dorothy Day, impegnata ad annunciare una visione sociale giusta, un Gesù non violento amico dei poveri. E ancora quello con una donna musulmana reticente a celebrare il giovedì santo insieme alla comunità dell’Arca: non poteva accettare che un uomo le lavasse i piedi. Finalmente, contornata da donne, ha lavato i piedi di una di loro — e viceversa. Alla fine della celebrazione ha esclamato: «Questa non è una celebrazione cristiana. È una celebrazione per tutti noi!».

E ancora tanti altri incontri con personaggi famosi — come il vescovo anglicano sudafricano Desmond Tutu — o sconosciuti, incontri che noi lettori sentiamo nostri. Sono incontri che, soprattutto, ci insegnano a riconoscerci nei ragazzi che vivono all’Arca. Pauline con i suoi eccessi per le umiliazioni subite, Patrick che col silenzio e la mano nella mano annuncia, Andre (Doudoul) che dal cardiologo scopre che Gesù riposa sul suo cuore; e ancora Eric, che cerca qualcuno su cui accoccolarsi e poi si addormenta: se lui insegna il linguaggio del corpo, è Lucien che grida per farsi ascoltare. «A volte — scrive Vanier — mi distendo sul mio letto e passo un po’ di tempo con Gesù. Allora rido da solo. Assomiglio un po’ a Patrick, e credo di poter dire che sono felice».

Nel 1871 l’americana Louise Alcott era a Roma col suo compagno di viaggio, un giovane con disabilità. Lì scrisse Piccoli Uomini. La storia si svolge nel parco di Plumfield, in una casa famigliaante litteram, dove Jo (la celeberrima protagonista anche di Piccole Donne) e il marito fanno crescere, insieme ai propri figli, bambine e bambini, molti del quali esclusi dalla società perché troppo poveri o con disabilità. Il tutto in un clima di comprensione autorevole, di dialogo, naturalezza, disavventure, problemi, divertimento. Figlia del “nuovo mondo”, Louise Alcott, insieme alla sua famiglia, lavorava alla rete clandestina Underground Railroad che favoriva la fuga e l’espatrio degli schiavi verso il Canada.

Forse sono state le storie di quegli esclusi — rifugiati e poi accolti nel suo paese — a far nascere nel canadese Jean il desiderio irrefrenabile di raccogliere il testimone di chi aveva creduto in un mondo altro a rischio della propria vita. Continuandone la faticosa ricerca e costruzione «nella follia di credere che l’amore è possibile». Ora con questo libro il testimone passa a noi.

di Nicla Bettazzi

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21 maggio 2019

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