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Come i peggiori bulli

· Violenza e identità femminile ·

Non è la prima volta che, nel mondo occidentale dove le donne sono rispettate ed emancipate, dove hanno le stesse possibilità degli uomini di decidere della loro vita, emergono violenti episodi di bullismo femminile. 

Quanto è successo in Italia pochi giorni fa, protagoniste due ragazzine di dodici e tredici anni, oltre all’aggravante della giovanissima età, ha anche quella — purtroppo ormai diventata triste abitudine — di amiche che non solo assistono come se fosse un bello spettacolo, ma filmano il pestaggio per poi diffonderlo via internet. Quasi fosse un atto di cui vantarsi, un’azione meritevole da far sapere in giro per migliorare la reputazione.

È evidente che si tratta di un grave problema della scuola di oggi, nella quale, del resto, le sanzioni previste per fatti simili sono veramente ridicole: si parla solo di qualche giorno di sospensione e di una ramanzina. La gravità dei fatti esige maggiore severità, e soprattutto un forte coinvolgimento (magari attraverso pene pecuniarie) dei genitori, che sono senza dubbio i primi responsabili dell’educazione dei figli.

Ma i problemi che questi fatti pongono sono anche altri, e riguardano le donne: sempre più spesso non solo le ragazze partecipano ai pestaggi, stanno a guardare con ammirazione gli episodi di violenza, ma si verificano anche casi di bullismo tutti al femminile. Come mai le femministe e le donne che si preoccupano della condizione femminile, non ne fanno oggetto di riflessione? Come mai si condannano, giustamente, i femminicidi, si lamentano i cosiddetti soffitti di cristallo che impediscono alle donne di accedere numerose a posti di potere, e non si guarda invece agli effetti negativi di una massiccia operazione culturale tesa a stabilire un’uguaglianza fra i sessi modellata sull’identità maschile?

A forza di dire alle donne che devono diventare come gli uomini per imporsi nel mondo pubblico, che devono cancellare la loro fertilità per accedere a un comportamento sessuale libero come quello maschile, che devono considerare la gravidanza una malattia da evitare, e gli impegni domestici come un castigo da fuggire appena possibile, le ritroviamo poi anche a usare la violenza come i peggiori bulli. Una caratteristica considerata tipicamente femminile è sempre stata la capacità di coinvolgersi nella debolezza dell’altro, di difendere e proteggere i più fragili, di prendersi cura di loro: in una parola, di esercitare, nella vita quotidiana, in mille piccole occasioni, la misericordia.

Non sarà il caso di domandarsi se la perdita di questa virtù, di questa caratteristica positiva, non sia più grave di tutte le forme di oppressione alle quali le donne sono ancora sottoposte? Perché in questo caso sono le giovanissime a praticare l’oppressione, mostrando in questo modo quello che può diventare la società del futuro.

Nel prossimo anno giubilare dedicato alla misericordia dovrebbe essere compito delle donne segnalare il problema, per proporre soluzioni che non mortifichino l’identità femminile.

di Lucetta Scaraffia

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15 dicembre 2017

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