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Come Guitton
ha dato colore al pensiero

«Da giovane, io avevo due attrattive, una per la scrittura l’altra per la pittura. I miei genitori mi fecero comprendere che la strada delle belle arti non era pratica, e mi indirizzarono verso le lettere. Ma io ho sempre conservato una sorta di nostalgia per la via che non avevo intrapreso, e credo che questa sia venuta colorando il mio modo di scrivere. Molti tra i miei libri sono intitolati “Ritratti”. E ugualmente quando io dipingo, è su soggetti di tipo letterario o biblico, come se esistesse una osmosi tra queste due forme di espressione». 

Jean Guitton, «Lazzaro resuscitato guarda Maria Maddalena» (Concesio,  Collezione Paolo VI)

Con queste parole Jean Guitton, in uno scritto intitolato Filosofia del colore, evocava e quasi giustificava la sua passione per la pittura, che lo aveva accompagnato sin dalla più tenera età e che soprattutto aveva per lui costituito, per molti anni, una sorta di necessaria integrazione — benché nascosta agli occhi dei più — della sua attività di filosofo interessato specialmente alle questioni della verità storica della religione cattolica, della convergenza tra fede e ragione, della conciliazione tra il pensiero cristiano e la modernità; il tutto condotto con un rigore tale da meritargli prima l’invito da parte di Papa Giovanni XXIII a presenziare come unico osservatore laico al Concilio Vaticano II, e in seguito addirittura, su richiesta di Papa Paolo VI, a prendere parola come relatore nelle fasi conclusive della seconda sessione del Concilio stesso, con un intervento dedicato al tema dell’ecumenismo al quale nel corso degli anni aveva dedicato molti studi e molti sforzi. E ancora nel 1988, nella prefazione alla sua autobiografia Il mio secolo, la mia vita (nella quale ripercorre retrospettivamente, a ottantasette anni compiuti, la sua intera avventura umana ed intellettuale, anche se poi sarebbe vissuto altri undici anni), Guitton sottolineava di non riuscire «a scrivere senza disegnare, senza dipingere», ribadendo dunque come nell’interpretazione della sua opera i differenti mezzi della scrittura e della pittura — ovvero, si potrebbe parafrasare, della parola e dell’immagine — debbano in qualche modo essere considerati non solo come strumenti complementari, ma forse ancora meglio come percorsi intrecciati e pressoché inscindibili ai fini di una piena comprensione del suo lavoro di filosofo, come cioè se il suo messaggio ultimo necessitasse — per essere veramente esaurito — di affiancare alla capacità razionale ed argomentativa della scrittura anche le potenzialità icastiche, analogiche ed intuitive dell’immagine. (…)

Oltre che raffinato pensatore, Guitton è stato un vero e proprio scrittore di filosofia dalla vena letteraria sorprendentemente limpida e lineare, davvero assai fresca e felice nonostante la complessità e la delicatezza delle questioni in gioco ed il conseguente obbligo di rigore persino estremo nelle argomentazioni. Grazie a tale facilità di scrittura, e rifuggendo volutamente dal frasario complicatissimo di tanta filosofia contemporanea, egli è così riuscito a risultare chiaro ed appassionato senza perdere nulla in profondità di analisi e capacità di penetrazione dei problemi. In particolare, uno dei meccanismi stilistici che il filosofo francese ha più spesso utilizzato per ottenere tale difficile equilibrio tra complessità e comprensibilità è consistito nell’affidarsi con eccezionale frequenza ai convergenti strumenti del ritratto e del dialogo: così — come del resto già si accennava in apertura citando proprio le parole di Guitton — non solo leggendo i suoi libri è molto facile imbattersi in brevi profili personali e in fitti scambi di battute virgolettate, ma addirittura alcuni volumi sono pressoché interamente costruiti in queste forme.

In tal senso, tra i vari esempi possibili spiccano specialmente — per l’una e per l’altra forma — il Ritratto di Pouget e i Dialoghi con Paolo VI, ovvero i due libri forse più ricchi, densi e ispirati (perché, si direbbe, allo stesso tempo più intimamente vissuti e più visceralmente meditati) dell’intera e vastissima produzione guittoniana. (…)

Ebbene, come si accennava in apertura citando proprio le parole del filosofo, anche nella pittura di Guitton — esattamente come nei suoi libri — ci si imbatte davvero molto frequentemente in lavori ritrattistici. O forse, meglio ancora e ancor più significativamente rispetto a quanto già si è detto, si tratta di lavori dall’orizzonte ritrattistico, nel senso che in numerosissimi casi i modelli di questi dipinti sono personaggi biblici o figure della storia che Guitton non ha potuto incontrare, ma ciò non di meno le specifiche intenzioni del suo sforzo pittorico possono comunque dirsi — appunto — assolutamente ritrattistiche nell’accezione in cui anche nella sua scrittura, come si è visto, egli ha inteso il genere del “ritratto”. E se già in campo letterario la sua fiducia in tale genere era altissima, in pittura la sua predilezione per esso è ancora più netta: «Nell’ambito della pittura» — spiegava infatti in Il mio secolo, la mia vita — «le mie preferenze vanno al ritratto. Direi che tutta la pittura, anche la più astratta, culmina nel volto. Mi sono esercitato parecchio nei volti, e non riesco a studiare un autore filosofico, nemmeno a vedere un amico, senza tentare di dipingerne il volto». (…)

In tutta questa lunga serie di “ritratti”, sono pochissimi i casi in cui Guitton appare preoccupato dell’aspetto esteriore del suo modello (e tanto meno di riprodurre mimeticamente il suo volto); viceversa, in quasi tutti i dipinti in questione il filosofo cerca di rendere attraverso la pittura — esattamente come faceva con la scrittura nei suoi libri — qualcosa di più intimo, sottile e intenso: si potrebbe quasi dire, insomma, che cerca di esprimerne pressoché esclusivamente (senza alcun’altra preoccupazione) la personalità e — ancor più profondamente — l’anima.

di Paolo Sacchini

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13 dicembre 2019

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