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Come fratelli

· Una suora e i detenuti del Madhya Pradesh ·

New Delhi, 10. «Di solito noi disprezziamo questa gente in prigione e pensiamo che essi meritano la loro punizione. È raro che pensiamo di loro qualcosa di positivo». Eppure, essi sono semplicemente «esseri umani che hanno sbagliato». Parole di madre Meena Barwa, che racconta del suo recente incontro con alcuni detenuti, che ormai lei sente e tratta come veri fratelli. La religiosa, che nel 2008 è sopravvissuta alle violenze scatenatesi durante il pogrom anticristiano nel distretto di Kandhamal, in Orissa, pochi giorni fa insieme ad altre tre consorelle e a sedici donne cattoliche si è recata in una prigione del Madhya Pradesh per legare un rakhi al polso di diversi carcerati: una cerimonia simbolica che fa diventare «fratello e sorella».

Il rito celebrato è quello del Raksha Bandhan, che significa «il legame della protezione». Esso è collegato all’omonima festa in cui si celebra il rapporto fra i fratelli e le sorelle. In questa circostanza le sorelle legano un rakhi (un “sacro laccio”) al polso del loro fratello. Ma con il tempo è divenuto comune anche celebrare così ogni rapporto di amicizia fra uomo e donna, anche se i due non sono biologicamente legati. E il gesto praticato dalle religiose e dalle donne cattoliche nella prigione indiana intende proprio diffondere amicizia e sottolineare la inestinguibile dignità presente in ogni detenuto.

«È stata la prima volta per me. Io, altre tre suore e sedici donne — racconta madre Meena all’agenzia AsiaNews — siamo andate nella prigione e abbiamo legato il rakhi a ottantanove detenuti. Avevamo programmato la cosa in modo molto semplice: legare il rakhi, cantare due canzoni, segnare la loro fronte con la tipica polvere rossa e servire alcuni dolci». Una vera sorpresa per molti carcerati. «Non appena abbiamo iniziato a cantare — prosegue la religiosa — gli uomini hanno cominciato a piangere e hanno pianto ancora di più mentre legavamo il rakhi. Mi sono commossa e il mio cuore era pieno di compassione e di amore. Molte di noi piangevano insieme a loro». 

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