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Come figli

· Una famiglia di Casal di Principe ha accolto due rifugiati aderendo al progetto della Caritas ·

A un certo punto, quando i figli crescono, spiccano il volo da soli o in coppia. Ma il legame con i genitori non si spezza. Un fatto normale, ordinario. Diventa straordinario quando i due figli, che hanno oggi 23 e 25 anni, si chiamano Ousmane e Dembelé e sono arrivati in Italia con un barcone che ha solcato il Mediterraneo e le sue tragedie, dopo un drammatico viaggio attraverso la Libia e il deserto.

Figli. Perché così li considerano ancora Antonio e Maria Grazia Mottola, di Casal di Principe, in provincia di Napoli. Imprenditore edile lui, casalinga lei. Cinque anni fa li hanno accolti in casa e sono divenuti parte di una grande famiglia allargata, insieme ad Ester e Giuseppe, i figli naturali, che ora hanno 14 e 12 anni.

Ousmane e Dembelé sono entrati in casa Mottola nell’ambito del programma di Caritas italiana “Protetto. Rifugiato a casa mia”. E ci sono rimasti due anni e mezzo, finché non hanno deciso di rendersi indipendenti e pagare l’affitto di una casa con quello che guadagnano tramite lavoretti saltuari.

Da allora sono parte della famiglia. Hanno perfino una chat familiare che si chiama “Omegad”, un acronimo che racchiude le iniziali di tutti i nomi. Ogni giorno si scambiano saluti, notizie, affettuosità, chiedono aiuto in caso di necessità.

«Ousmane e Dembelé ci chiamano mamma e papà — racconta Antonio Mottola — si è subito instaurato un clima molto bello, un affetto profondo che ancora rimane. Per noi sono i figli maggiori. Continuiamo a seguirli e consigliarli quando vogliono sfogarsi, quando sono in difficoltà».

Oggi Dembelé vive in un appartamento in affitto ad Aversa e svolge il servizio civile all’ufficio immigrazione di Caritas Aversa. Si mantiene con piccoli lavori stagionali.

Ousmane, che sognava di diventare calciatore, ha giocato per un anno con la squadra Albanova Calcio, poi ha raggiunto per alcuni mesi i parenti in Francia. Da poco è tornato a Casal di Principe ed alloggia presso amici. Lavora a tempo determinato in un’azienda, nel frattempo sta prendendo la patente.

«Ci siamo arricchiti tantissimo con questa esperienza — confida Antonio — come genitori abbiamo scoperto che l’amore va al di là dei figli naturali. I nostri figli hanno acquisito una grande apertura mentale. Ora è come se i figli grandi, usciti di casa, avessero preso la loro strada».

Alle spalle Ousmane e Dembelé hanno storie dure come quelle di tanti altri migranti e rifugiati: la fuga da casa, il deserto, l’orrore dei centri libici, la traversata e la fortuna di non essere morti in mare. Sentirsi accolti da una famiglia italiana, con il supporto di un’intera comunità, li ha aiutati ad integrarsi facilmente. Hanno imparato l’italiano, allacciato amicizie nel territorio.

«Siamo stati fortunati. Grazie alla rete che si è creata intorno alla parrocchia di San Nicola di Bari — precisa papà Mottola — siamo riusciti ad inserirli in un contesto sociale. Loro sono bravi perché desiderano camminare con le proprie gambe. Vogliono essere autonomi, hanno una grande dignità. Il nostro rapporto è ancora stupendo».

A Natale, a Pasqua, nelle feste di famiglia si ritrovano ancora insieme. Certo, il clima sociale intorno è cambiato, ammette, «ma noi cerchiamo di combattere a tutti i costi questa ondata razzista, facendo capire che siamo tutti uguali, tutti fratelli, e che vivere insieme è possibile».

“Protetto. Rifugiato a casa mia” di Caritas italiana si è concluso nel 2017, e in un anno ha permesso a 500 famiglie o comunità di aprire le porte della propria casa ai rifugiati e sensibilizzare almeno 1500 persone nei territori dove hanno avuto luogo le accoglienze. Caritas ha intenzione di lanciare una nuova edizione.

In 15 Paesi europei è attivo anche il progetto “Refugees Welcome International”, fondato a Berlino nel 2014. In Italia, negli ultimi sei mesi, circa 600 famiglie hanno dato la disponibilità a ospitare un rifugiato. Lo scorso anno è stato registrato un boom di richieste dell’80 per cento, in concomitanza con l’inizio della politica dei porti chiusi.

Esperienze in controtendenza che dimostrano l’esistenza di un’altra Italia, più nascosta, convinta delle possibilità di arricchimento reciproco tra culture e nazionalità diverse. Un modo per resistere al clima imperante di ostilità e chiusura, e aiutare, con gesti concreti, chi è stato costretto a lasciare la propria casa a causa di conflitti, persecuzioni e povertà.

di Patrizia Caiffa

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20 settembre 2019

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