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Come Erasmo cacciò il Papa dal cielo

· Un caso letterario del Cinquecento finalmente risolto ·

La notte tra il 20 e il 21 febbraio 1513 la morte pone fine al decennale pontificato di Giulio II. Nei giorni successivi la popolazione romana tributò a Papa Della Rovere un omaggio senza precedenti. Come Papa, politico e mecenate Giulio II rimane, tuttora,  uno dei personaggi che maggiormente condizionano l’immaginario collettivo del Rinascimento.

“Terribile” è un aggettivo che spesso è stato accostato al nome di Giulio II, un epiteto che non ne rappresentava solo lo spirito dispotico e irascibile, ma che si riferiva all’eccezionalità del personaggio, lasciando intravedere la maestosità dei suoi disegni, spesso «smisurati» come li definì Guicciardini. La natura straordinaria del Pontefice ligure si manifestò nelle creazioni artistiche di Bramante e Raffaello, commissionate da quello che è ricordato come il più grande mecenate nella storia della Roma cristiana; ma soprattutto si rispecchiò nell’immagine poderosa e titanica del Mosè che Michelangelo scolpì come monumento funebre per la sepoltura di Giulio II.

L’occasione per riflettere ulteriormente sulla figura di questo pontefice ci è data non solo dall’anniversario che quest’anno ne ha sancito il cinquecentenario dalla morte, ma anche dall’inclusione negli Opera omnia di Erasmo da Rotterdam del dialogo satirico Iulius exclusus e coelis , avvenuta proprio nelle settimane scorse grazie all’edizione critica di Silvana Seidel Menchi ( Opera Omnia Desiderii Erasmi Roterodami , vol. 41, Tomo I, 8, Brill Leiden-Boston, 2013).

Scritto nei mesi successivi alla morte di Giulio II, il pamphlet circola clandestinamente manoscritto tra gli umanisti, ma viene pubblicato, anonimo, solo nell’estate del 1517. In un’Europa attraversata dai fermenti religiosi il successo editoriale è immediato e straordinario. Il frontespizio delle prime edizioni a stampa ne svela il contenuto ai lettori: il dialogo Iulius , “faceto ed elegante”, “opera di un personaggio di eminente dottrina”, racconta “come Giulio II Pontefice Massimo vada a bussare, appena morto, alla porta del paradiso e come il portiere, san Pietro, non lo lasci entrare”. La discussione che si sviluppa fra i due interlocutori, separati dalla porta del paradiso, è quella tra due visioni opposte della Chiesa: la chiesa della persecuzione e della sofferenza, incarnata da Pietro, e la chiesa dominatrice e trionfante, capitanata da Giulio. Il colloquio si trasforma ben presto in due monologhi paralleli, a sostegno di due concezioni inconciliabili. Il tono oscilla in maniera mirabile tra la profonda riflessione teologica e il faceto, con effetti comici esilaranti.

L’eleganza del latino attesta che si tratta dell’opera di una penna raffinata. Il nome di Erasmo come probabile autore inizia a circolare da subito, ma l’interessato, sdegnato, nega risolutamente.

L’enigma dell’autore, durato cinquecento anni, può dirsi ormai definitivamente risolto. Frutto di un lavoro più che decennale di esegesi filologica e bibliologica, l’edizione curata da Silvana Seidel Menchi sancisce la definitiva paternità erasmiana del libello.

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13 dicembre 2019

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