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Il bar
di mamma Africa

· Rischia di chiudere il locale di Ventimiglia dove s’incontrano gli immigrati ·

I bar in genere lavorano tutti, chi più chi meno hanno la loro clientela fissa e poi se è collocato in un punto di passaggio, di certo può contare sui turisti che arrivano in città, su coloro che vi passano le vacanze, su quanti hanno scelto il fine settimana per una gita breve. Siamo a Ventimiglia a pochi chilometri dalla frontiera. Il via vai dei turisti non è poco. Per chi dall’Italia sceglie la Costa Azzurra, la città è un passaggio obbligato e lo è altrettanto per i francesi. Timidamente mischiati tra questo popolo di viandanti, gli abitanti di Ventimiglia indaffarati nei loro affari quotidiani e ancor più timidamente i tanti, ora leggermente in numero ridotto, migranti. Camminano spediti verso il Campo della Croce Rossa o verso gli arbusti alti cresciuti nel letto del torrente Roya. Là hanno allestito i loro giacigli per le notti estive. Giacigli sullo stile “mordi e fuggi”, vale a dire per il tempo necessario per passare la frontiera. E loro, lo sanno come fare. Guardati un po’ male dagli abitanti della città, dimentichi che anche loro sono immigrati qui dal sud. Che sono arrivati quando ancora c’era lavoro, o qui o oltre il confine. Ma questa è storia passata, di immigrati non ne possono più. «Bisognerebbe ammazzarli tutti». Così una signora mi spiega il suo rancore verso queste persone: «ammazzarli perché hanno fame». 

La signora Delia con alcuni ragazzi  davanti al suo bar

Per la maggioranza in città l’arrivo degli immigrati ha provocato minor turismo, aumento della criminalità, sporcizia diffusa. A smentire le prime due voci sono i dati della Questura che nero su bianco dicono l’esatto contrario. Sul fatto della sporcizia il giornalaio mi assicura che Ventimiglia era sporca prima dell’arrivo dei “ragazzi”, quanto lo è adesso. Ma razzismo e xenofobia anche qui hanno i loro seguaci. Allora un prete, don Rito, per 440 giorni ha accolto questi “ragazzi” nelle strutture della parrocchia. Ne sono passati ben 13 mila. Ma poi l’hanno fatto chiudere, perché come sempre la carità cristiana, quella vera non fatta di parole e slogan, dà fastidio.
Per questi ragazzi è rimasto il Bar Hobbit: era l’8 marzo scorso quando sulle pagine di questo giornale raccontammo la storia di Delia e del suo locale che da tre anni ha aperto le porte agli immigrati. «Mamma Africa», la chiamano. Sanno che seduti a quei tavolini ci possono stare quanto vogliono. Che possono consumare quello che c’è e se non hanno i soldi va bene così. Sanno che da Delia possono lasciare i loro telefoni e farseli caricare alla lunga ciabatta collegata alla presa di corrente. Ma soprattutto sanno che al bancone, Delia serve umanità a chiunque. A Ventimiglia, dove la frontiera si fa tangibile come in una zona di guerra, questa donna accoglie tutti senza chiedere i documenti.
Questo atteggiamento, però, non è piaciuto ai perbenisti. Insulti, atti vandalici, deserto... Nel bar Hobbit i cittadini di Ventimiglia pian piano non ci hanno più messo piede. Anche cercando di ignorare gli attacchi, tirare avanti incassando ben poco non è facile: Delia è stata costretta a mettere in vendita l’esercizio.
Ma ecco che un’altra parte della città di Ventimiglia è insorta: la solidarietà per scongiurare la chiusura non ha perso tempo. Una bancarella di oggetti usati per raccogliere fondi, feste di compleanno, apericena: ogni cosa è buona per aiutare Delia. Come la festa per il compleanno di una giovane che ha fatto sapere che chi voleva fare regali poteva versare l’equivalente in denaro a «Mamma Africa».
Qualche giorno fa, la solidarietà si è organizzata: un gruppo di amici di un’associazione umanitaria presente sul territorio ha pensato di aiutare concretamente Delia con l’iniziativa “Solidarietà per Delia”. E ha aperto una campagna di raccolta fondi per il bar Hobbit che, scrivono, non è un esercizio commerciale qualsiasi, ma un avamposto di solidarietà e umanità. Reso possibile grazie a questa donna coraggiosa e generosa che lo gestisce, e alle persone che in questi anni l’hanno supportata. «In un luogo come la città di confine di Ventimiglia, dove il razzismo istituzionale e culturale la fa da padrone, affermano i promotori della campagna di solidarietà, il bar di Delia rappresenta la prefigurazione di un mondo diverso, fatto di un’umanità capace di dare un senso nuovo e vero a questa parola. Sostenere lo spirito del bar Hobbit è possibile con una donazione in denaro ma soprattutto — si legge — portando il bar Hobbit in ogni città, in ogni territorio, organizzando iniziative popolari, collettive, sociali, per raccontare Ventimiglia, raccontare i dispositivi di confine, la violenza, il razzismo ma anche e soprattutto del modo diverso con cui Delia, con la sua umanità, faticosamente lotta contro l’oppressione del mondo dei confini e dei profitti per pochi costruiti sulla sofferenza, l’umiliazione e lo sfruttamento di troppi».
È inutile nascondersi. Questa donna semplice, ma dal cuore enorme, senza parlare insegna come potrebbe essere il destino dell’umanità se tutti vivessero in armonia. «Se l’uguaglianza fosse la regola di vita di ogni comunità — mi dice — pensa quanto sarebbe bello stare a questo mondo!».

di Silvano Gianti

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20 maggio 2019

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