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Come e perché conoscere Gesù di Nazaret

· Il libro del Papa nella lettura del segretario generale della Conferenza episcopale italiana ·

Pubblichiamo quasi integralmente il testo dell'intervento pronunciato il 5 aprile a Milano, nell’Aula Pio XI dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dal vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, in occasione della presentazione del volume di Benedetto XVI Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione.

Senza voler essere un formale atto di magistero (cfr. Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione , i, p. 20), la seconda parte del Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger - Benedetto XVI si conferma come una felice e matura sintesi di una lunga e feconda riflessione teologica portata fin dentro l’esercizio del ministero petrino. I criteri che essa presuppone trovano espressione esemplare nell’ Intervento del Papa nel corso della XII Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, il 14 ottobre 2008. In esso affermava la necessità del metodo storico-critico che riposa sul mistero stesso dell’incarnazione. «Il fatto storico — diceva — è una dimensione costitutiva della fede cristiana. La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica».

Essa ha di peculiare che si tratta di una storia aperta all’azione divina, la quale si rende operante nel processo di formazione della stessa sacra Scrittura. Nella sua qualità di parola umana e Parola divina allo stesso tempo, la Bibbia richiede di essere «letta e interpretata con lo stesso Spirito con il quale fu scritta» ( Dei Verbum , n. 12), in tal modo «seguendo una regola fondamentale di ogni interpretazione di un testo letterario» (Benedetto XVI, Intervento , cit.). I tre elementi metodologici che devono guidare l’interpretazione sono, perciò, l’unità di tutta la Scrittura, che dà origine all’esegesi canonica, la viva tradizione della Chiesa, l’analogia della fede ovvero la coerenza organica di tutti i contenuti della fede. L’assenza di qualcuno di questi elementi rende la Scrittura «un libro solo del passato» e vede affermarsi una ermeneutica secolarizzata che si basa sulla «convinzione che il Divino non appare nella storia umana», creando anche «un profondo fossato tra esegesi scientifica e lectio divina » ( ib. ).

L’opera che presentiamo in linea di principio afferma e realizza il superamento della separazione tra esegesi scientifica ed ermeneutica della fede o interpretazione credente della sacra Scrittura, per pervenire così ad una compiuta esegesi teologica. In questa prospettiva l’Autore si confronta con la più aggiornata ricerca esegetica e teologica contemporanea, ma attinge anche a tutta la tradizione con una particolare attenzione ai Padri della Chiesa.

La ragione di fondo della elaborazione di tale sintesi è da ricercare innanzitutto nell’esigenza di conoscere quello che Benedetto XVI chiama il «Gesù reale» ( Gesù di Nazaret , ii, p. 8), espressione che si intende bene se la si confronta e la si distingue dalla formula del «Gesù storico», con cui la ricerca si riferisce al Gesù conosciuto in base alle risultanze dell’applicazione ai testi scritturistici del metodo storico-critico. Conoscere il Gesù reale non può prescindere dalla dimensione costitutiva della sua identità e della sua esperienza, e cioè dal suo rapporto personale e unico con Dio, il Padre. Questo rapporto si può discernere solo nella luce della fede; all’infuori di tale prospettiva difficilmente prenderebbe senso; ma, d’altra parte, esso costituisce la dimensione originaria e generativa della persona di Gesù e di tutta la sua vicenda storica, così che il prescinderne precluderebbe irrimediabilmente la possibilità di accedere alla realtà storica dell’uomo di Nazaret. Le riserve che possono essere avanzate, a questo riguardo, si dissolvono di fronte alla considerazione che la fede non si dà senza la ragione, né tanto meno si oppone alla ragione, ma piuttosto costituisce l’orizzonte più vasto entro il quale essa può liberamente e criticamente esercitarsi nella penetrazione del mistero della realtà.

L’altra faccia di questa considerazione riguarda il nostro approccio a Gesù di Nazaret. La domanda su «come» conoscerlo si intreccia con l’altra sul «perché» conoscerlo. Se la fede è condizione imprescindibile della conoscenza della sua realtà storica e personale, allora non può esserci conoscenza di lui senza rapporto con lui, analogamente a come solo la comunione con lui ha permesso ai suoi discepoli di aprire un accesso alla sua realtà e di renderne testimonianza.

Chiunque può conoscere Gesù di Nazaret, ma lo incontra e lo conosce realmente solo chi perviene al segreto sorgivo della sua persona di Figlio eterno del Padre e come tale entra in relazione di fede e di amore con lui, sperimentando «l’intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende» (i, p. 8). Nell’orizzonte della fede la conoscenza storica su Gesù di Nazaret non perde in nulla di onestà intellettuale e di rigore critico, ma si consolida e si allarga all’identità e all’incontro personale che nessuna acribia storiografica da sola potrebbe assicurare.

Uno sguardo al pontificato di Benedetto XVI dall’ottica di questo suo libro, conferma un’intuizione che si è fatta strada fin dalla sua prima enciclica, Deus caritas est . Un messaggio passa attraverso la scelta e lo sviluppo dei temi adottati; messaggio che segnala l’urgenza, per la Chiesa di questo tempo, di ripartire dall’essenziale, dal centro della fede, e dall’intero, dalla salvaguardia e dalla trasmissione dell’integro patrimonio della fede ricevuta; nell’enciclica era Dio amore, qui è Gesù di Nazaret, Figlio eterno e salvatore, di cui questa seconda parte dell’opera mette in luce la centralità del mistero pasquale. A lui siamo invitati a volgere con rinnovata attenzione lo sguardo ( Guardare Cristo è il titolo di un corso di esercizi spirituali tenuto da Joseph Ratzinger nel 1986 e successivamente pubblicato da Jaca Book nel 1989), noi vescovi e presbiteri, i credenti tutti, voi cultori di studi in una università cattolica dal riferimento a Cristo fin nella denominazione.

A voi torna come compito il messaggio di quest’opera del Papa: da un pensiero fecondato dalla presenza di Cristo far nascere una cultura e una competenza scientifica capaci di rinnovare l’umano nell’orizzonte del suo ritrovato rapporto con Dio.

Questa seconda parte del Gesù di Nazaret ripercorre gli eventi degli ultimi giorni dell’esistenza terrena di Gesù fino alla risurrezione e all’ascensione seguendo passo passo il filo neotestamentario nei suoi molteplici intrecci interni e con l’Antico Testamento, attraverso una lettura penetrante che dal testo scende dentro gli eventi stessi e il loro significato. Una impressione fin dall’inizio si conferma nel lettore: nei particolari e nell’insieme, il testo scritturistico si illumina di una chiarezza che rende la spiegazione convincente e perfino appagante, perfettamente rispondente alle attese di intelligibilità. È l’effetto che suscita un opus rotundum , un’opera proporzionata e compiuta nella articolazione complessiva, nei contenuti e nella cura dei particolari.

Essa ci chiede innanzitutto di entrare sempre più profondamente nella contemplazione e nella assimilazione del mistero di Cristo, in una conoscenza amorosa e in una relazione d’amore intelligente con Lui così come ci viene presentato. In questo senso le due categorie che vengono introdotte per spiegare la lavanda dei piedi, e cioè sacramentum ed exemplum , assumono un valore paradigmatico in riferimento a tutto l’agire di Gesù Cristo nel suo mistero pasquale.

Ascoltiamo cosa scrive il Papa al riguardo: «Con sacramentum [i Padri] non intendono qui un determinato singolo sacramento, ma l’intero mistero di Cristo — della sua vita e della sua morte — nel quale Egli viene incontro a noi esseri umani, mediante il suo Spirito entra in noi e ci trasforma. Ma proprio perché questo sacramentum veramente “purifica” l’uomo, lo rinnova dal di dentro, esso diventa anche la dinamica di una nuova esistenza. La richiesta di fare ciò che ha fatto Gesù non è un’appendice morale al mistero (...). Questa richiesta deriva dalla dinamica intrinseca del dono, col quale il Signore ci rende uomini nuovi e ci accoglie in ciò che è suo. Questa [è la] dinamica essenziale del dono, per la quale Egli stesso ora opera in noi e il nostro operare diventa una cosa sola con il suo (...): l’agire di Gesù diventa nostro, perché è Lui stesso che agisce in noi» (ii, p. 75).

Uno dei riflessi che viene spontaneo cogliere da questo rinnovato sguardo a Cristo è senza dubbio quello che risveglia l’appello alla responsabilità cristiana nel nostro tempo e, in essa, al nostro compito pastorale. Tra altri possibili, provo a evidenziare tre spunti in tal senso.

Innanzitutto la dimensione escatologica della vita cristiana, a partire dalla risurrezione che la dischiude, a proposito della quale leggiamo che «l’essenza della risurrezione sta proprio nel fatto che essa infrange la storia e inaugura una nuova dimensione» (ii, p. 304). L’Ascensione di Gesù comporta che «mediante il battesimo, (...) nella nostra vera esistenza siamo già “lassù” (cfr. Colossesi , 3, 1 ss). Se ci inoltriamo nell’essenza della nostra esistenza cristiana, allora tocchiamo il Risorto: lì siamo pienamente noi stessi» ( ibidem , p. 317). Questa condizione nuova conferisce un carattere peculiare all’attesa del ritorno del Signore in questo, che può essere qualificato come «tempo intermedio» ( ibidem , p. 319). «Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza. (...) Egli è adesso presso di noi» ( ibidem , p. 320). Anzi bisogna parlare, con san Bernardo, di un adventus medius , di una venuta tra la prima e l’ultima, e quindi di una «escatologia del presente, [...poiché] il tempo intermedio non è vuoto (...). Questa presenza anticipatrice fa senz’altro parte dell’escatologia cristiana, dell’esistenza cristiana» ( ibidem , p. 322). Ad essa può essere utilmente collegato il tema del tempo dei pagani come tempo della Chiesa, il cui preannuncio «e il compito da ciò derivante è un punto centrale del messaggio escatologico di Gesù» ( ibidem , p. 56).

In un orizzonte escatologico così inteso, che ingloba il tempo dell’esistenza cristiana, si affacciano, tra gli altri, due compiti che il sacramentum e l’ exemplum posti dal Cristo rendono possibili e richiedono.

Il primo rimanda alla nostra dimensione personale ed emerge nella preghiera di Gesù nel Getsemani. Qui egli fa esperienza di quell’intimo conflitto tra volontà umana e volontà divina che affligge la condizione umana dopo il peccato. Ma egli supera in se stesso tale conflitto poiché la volontà della sua persona divina accoglie in sé la volontà della natura umana. «E questo è possibile senza distruzione dell’elemento essenzialmente umano perché, a partire dalla creazione, la volontà umana è orientata verso quella divina. Nell’aderire alla volontà divina la volontà umana trova il suo compimento e non la sua distruzione» ( ibidem , p. 181). E anche se, dopo il peccato, l’orientamento alla cooperazione si è trasformato in opposizione, Gesù riporta l’uomo alla sua condizione originaria e alla sua grandezza. «L’ostinazione di tutti noi, l’intera opposizione contro Dio è presente e Gesù, lottando, trascina la natura recalcitrante in alto verso la sua vera essenza» ( ibidem ).

La delineazione di un secondo compito scaturisce dal processo di Gesù e dalla motivazione della sua condanna a morte. Nel processo emerge infatti una preoccupazione politica all’origine del procedimento contro Gesù da parte di un’aristocrazia sacerdotale e dei farisei, congiunti in questa circostanza. Tale preoccupazione mostra, nondimeno, un misconoscimento di ciò che in Gesù era essenziale e nuovo: «Con il suo annuncio Gesù ha realizzato un distacco della dimensione religiosa da quella politica, un distacco che ha cambiato il mondo e che veramente appartiene all’essenza della sua nuova via» ( ibidem. , p. 191). Nello svolgimento dei fatti emerge un disegno divino che, oltre le motivazioni che hanno portato alla condanna a morte di Gesù, si compie servendosi di decisioni umane. In questo modo si mostra come solo attraverso la croce poteva avvenire la separazione di politica e fede.

Solo attraverso la perdita veramente assoluta di ogni potere esteriore, attraverso lo spogliamento radicale della croce, la novità diventava realtà. Solo mediante la fede nel Crocifisso, in Colui che è privato di ogni potere terreno e così innalzato, appare anche la nuova comunità, il nuovo modo in cui Dio domina nel mondo ( ibidem. , p. 193).

Di fronte a Pilato Gesù rivendica la sua regalità, ma secondo un concetto assolutamente nuovo, strutturalmente legato al potere della verità. Dio è misura dell’essere. In questo senso, la verità è il vero «re» che a tutte le cose dà la loro luce e la loro grandezza.

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24 maggio 2019

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