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Come divenni amico
dei contestatori

· Il predicatore della Casa Pontificia si racconta ·

La data, 1968, dice tutto. Nell’anno della grande contestazione studentesca l’Università Cattolica fu uno degli epicentri del terremoto. Questo tempo fu per me un nuovo “corso di laurea”, molto diverso dai precedenti. Mi spiego. Io avevo vissuto gli anni del concilio Vaticano II, da poco terminato, abbastanza dall’esterno. Devo confessare anzi che, inizialmente, nello scontro tra corrente cosiddetta conservatrice e corrente progressista, enfatizzato dai mezzi di comunicazione e presentato come scontro tra nord e sud dell’Europa, mi ritrovavo a volte a simpatizzare per i poveri “conservatori”, le cui tesi erano quelle che io stesso avevo appreso dai libri di testo e difeso negli esami, durante la mia formazione teologica. L’essermi trovato nel crogiolo della contestazione giovanile accelerò il processo di “conversione”, sicché in breve tempo passai a essere considerato, in seno al corpo docente, dapprima un “moderato” e poi un “amico dei contestatori”.

Quando scoppiò il caso di Lefebvre, ero ormai con tutto il cuore dalla parte del Vaticano II e scrissi una lettera aperta al vescovo tradizionalista. In essa facevo notare che la tradizione cattolica non consiste in un certo numero di cose in vigore in un certo momento della storia della Chiesa. La teologia (anche quella preconciliare!) insegna che la tradizione non è primariamente un insieme di cose “trasmesse”, ma è, in primo luogo, il principio dinamico di trasmissione. È tradizione “vivente”, come l’ha concepita sant’Ireneo di Lione. Anzi, essa è la vita stessa della Chiesa in quanto, guidata dallo Spirito, si svolge nella fedeltà a Gesù Cristo e ne interpreta autenticamente le Scritture. È perciò, sì, una forza di permanenza e di conservazione del passato (quando, beninteso, non si tratta di un passato che è semplicemente frutto di contingenze storiche); ma è, ancor più, una forza di innovazione e di crescita; è memoria e prolessi insieme. La tradizione è nella Chiesa come l’onda della predicazione apostolica che avanza e si propaga nei secoli. L’onda non si può cogliere che in movimento. Congelare la tradizione a un certo momento della storia significa farne una “morta tradizione”, una tradizione in cui lo Spirito Santo non ha un ruolo decisivo, o non ne ha affatto. Non ha senso perciò parlare di “ritorno della Chiesa alla tradizione”; la tradizione non è “indietro”, perché si debba tornare a essa.

Lo ricorda padre Raniero Cantalamessa, predicatore della casa Pontificia nel libro Il bambino che portava acqua. Una vita a servizio della Parola (Milano, Àncora, 2014, pagine 156, euro 20) nel quale si racconta al giornalista Aldo Maria Valli.

Raniero Cantalamessa

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14 ottobre 2019

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