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Come distruggere (con ironia) l’evoluzionismo

· ​Nell’ultimo libro di Tom Wolfe ·

Nel 2014 quelli che Tom Wolfe definisce «otto pesi massimi dell’evoluzionismo» — fra i quali si poteva annoverare perfino il più celebre studioso di linguistica strutturale al mondo, Noam Chomsky — hanno ammesso, in un articolo scientifico, che «l’evoluzione del linguaggio rimaneva un mistero». Un’affermazione di grande peso, anche se quasi del tutto ignorata, perché proprio l’esistenza del linguaggio di fatto annullava la pretesa darwiniana di dimostrare scientificamente che l’essere umano non era altro che un animale più evoluto.

Hendrik iii van Cleve, «Torre di Babele» (1550)

Quando legge la notizia, lo scrittore statunitense pensa: «Centocinquant’anni dall’avvento della teoria dell’evoluzione e non hanno ancora scoperto nulla». E, con acuta ironia, ripercorre il cammino che ha portato gli evoluzionisti ad ammettere un ostacolo insormontabile — e cioè la difficoltà di spiegare in termini evoluzionistici il linguaggio umano — nella loro teoria scientifica, da Wolfe giustamente definita come cosmogonia, cioè un tentativo di spiegare compiutamente l’origine del mondo.
Lo sguardo acuto dello scrittore non solo esplora le teorie scientifiche, ma ci mette di fronte a uomini in carne e ossa, ritratti nel loro ruolo sociale, nel loro carattere e nelle loro meschinerie. Meschinerie che — Wolfe lo spiega con leggerezza nel libro Il regno della parola (Firenze, Giunti, 2016, pagine 192, euro 18) — sono parte inevitabile nel definire quello che poi viene chiamato il progresso della scienza.
Così racconta la vicenda che ha reso credibile l’evoluzionismo, cioè la scoperta del meccanismo che farebbe scattare l’evoluzione — la sopravvivenza del più forte — sia in Darwin che in Wallace: in entrambi l’idea nasce dalla lettura di Malthus, che non era uno scienziato, e viene poi trasferita in ambito scientifico. Ma mentre Wallace, simpatico avventuriero di umili origini e autodidatta, scrive subito un articolo sulla scoperta, Darwin, agiato gentiluomo che aveva studiato a Cambridge, tergiversa da anni. Sarà solo la lettera di Wallace, che gli manda il manoscritto in cui narra la scoperta, a dargli la spinta necessaria a scrivere qualcosa delle sue elucubrazioni.
Ma l’establishment della scienza inglese è tutto dalla parte di Darwin, gli assicura il primo posto nella scoperta e lo aiuta a raggiungere e a mantenere quella posizione preminente che i libri scritti successivamente — benché lunghi e farraginosi rispetto a quelli più brevi e più chiari di Wallace — gli assicureranno. L’agiatezza familiare grazie alla quale si può dedicare solo allo studio e alla scrittura permetteranno a Darwin di sviluppare la sua teoria facendone una nuova cosmogonia, da contrapporre a quella religiosa.
Wolfe sottolinea come questa cosmogonia sia in realtà solo una creazione letteraria, proprio come tutte le altre cosmogonie che vengono chiamate miti. Ma la pretesa scientifica di Darwin, insieme alla sua importanza sociale, vengono accettate in un ambiente dove la scienza sta diventando l’unica spiegazione accettabile per qualsiasi fenomeno. Fondamentale poi fu il fatto che Darwin, il quale si dichiarava agnostico, offrisse una versione delle origini del mondo che permetteva di fare a meno di Dio e questo, in società che si stavano rapidamente secolarizzando, costituiva una caratteristica decisiva per decretare il successo del libro.
Gli attacchi che fecero scricchiolare il darwinismo non arrivarono dal clero, intimidito dalla sua rispettabilità scientifica, ma da altri due scienziati: il solito vivace autodidatta Wallace che, dopo avere militato nelle fila del darwinismo, scrisse un’opera nella quale ne denunciava i punti deboli. Fra questi, in particolare, il fatto che l’evoluzione non spiega come mai l’uomo avesse fin dalle origini un organo specificamente sviluppato con capacità assai superiori a quelle che gli servivano per sopravvivere, un organo che sembra preparato in anticipo per uno sviluppo quasi illimitato, e che spiega il linguaggio: il cervello. In sostanza Wallace scrive che «il potere del cervello umano si estendeva talmente al di là dei confini della selezione naturale che il termine diventava insignificante nel dar conto delle origini dell’uomo».
Nello stesso periodo, Max Muller, il più noto e stimato linguista britannico, affermò coraggiosamente che «il linguaggio è il nostro Rubicone, né alcun bruto ardirebbe varcarlo». Lo studioso andava cioè dicendo che l’uomo aveva un superpotere difficilmente spiegabile con l’evoluzione: il linguaggio. Nonostante tutti i tentativi messi in atto da Darwin per superare questo ostacolo, esso rimase tale, e per circa settant’anni nessuno affrontò più il problema finché, con Noam Chomsky, si ripresentò la questione con modalità che somigliavano molto al confronto fra Darwin e Wallace.
Chomsky — sostenuto dal plauso generale della scienza — sosteneva di avere risolto finalmente il problema della compatibilità fra linguaggio ed evoluzione: secondo la sua teoria, infatti, in ogni essere umano esisteva una sorta di organo predisposto al linguaggio, che garantiva così il veloce apprendimento della parola nei bambini. La prova era che al di sotto di tutte le lingue esisteva una struttura comune, che provava quindi il funzionamento dell’organo al di là delle infinite varianti linguistiche presenti nel mondo.
Nessuno osò mettere in discussione la sua scoperta, basata su osservazioni teoriche, non certo su osservazioni linguistiche sul campo, fino a quando uno studioso autodidatta, Daniel Everett, dopo trent’anni di vita in una comunità sperduta del Brasile pubblicò articoli e libri in cui presentava una lingua che non aveva nulla a che fare con la struttura originaria scoperta da Chomsky: una lingua molto primitiva che corrispondeva esattamente al livello culturale della tribù. Esperienza che portava il ricercatore ad affermare che la lingua era un artefatto umano, e non frutto dello sviluppo di un organo preesistente.
Everett sostenne che la lingua era uno strumento che spiegava la supremazia della specie umana sugli altri animali, come la sola evoluzione non potrebbe mai fare. Il duro e coraggioso attacco al patriarca della linguistica veniva non solo da un autodidatta, se pure eccezionalmente dotato per la ricerca, ma da un giovane che si era recato presso quella tribù con la famiglia, come missionario evangelico. Chomsky cercò di ignorarlo, lo trattò da povero ciarlatano, ma i libri del «Davide» Everett alla fine riuscirono a far fare marcia indietro al «Golia» Chomsky, che cominciò a cassare dai suoi scritti la teoria dell’organo predisposto, senza però fare mai autocritica. Fino a giungere all’ammissione del carattere misterioso del linguaggio, dalla quale prende inizio il libro di Wolfe.
Lo scrittore statunitense denuncia proprio in questo mistero il fallimento di ogni teoria evoluzionista: «Il linguaggio, e solo il linguaggio, ci ha permesso di conquistare ogni palmo di terra di questo mondo, di soggiogare ogni essere abbastanza grande da rendersi visibile e di mangiarci la metà della popolazione dei mari». E può finalmente così concludere: «Dire che gli animali si sono evoluti nell’uomo è come dire che il marmo di Carrara si è evoluto nel David di Michelangelo. Il linguaggio è ciò a cui l’uomo rende omaggio in ogni istante che possa immaginare».

di Lucetta Scaraffia

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