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Come dire il nuovo in teologia

· «Per ritrovare il mistero smarrito» di Inos Biffi ·

Chi si accinge a pubblicare qualche pagina concernente la Sacra Doctrina, si imbatte in un’intrinseca difficoltà redazionale. Egli vorrà senza dubbio proporre qualcosa di inedito, ma al tempo stesso dovrà affermare che ciò che dice è contenuto nella grande tradizione ecclesiale: dire il “nuovo”, dimostrando che è “vecchio”; e non è facile impresa.  Cercherà di scrivere qualcosa di originale e di significativo (così da suscitare qualche interesse), chiarendo però che le sue asserzioni sono già presenti nella grande tradizione ecclesiale: quella di apparire dei novatores è una qualifica che, nei casi estremi, conviene propriamente agli eretici.

Ma il bel volume di Inos Biffi, che ho tra mano  — Per ritrovare il mistero smarrito. Riflessioni su Gesù il Signore, l’intelligenza della fede, la scuola dei maestri (Milano, Jaca Book, 2012, pagine 272, euro 20) — è una felice eccezione: è, sì, una novità sorprendente, ma è anche sorretto e illuminato dalla testimonianza di autorevoli e incontestabili testimoni della fede ecclesiale di sempre.

Nonostante la “novità”, è un libro che resta assolutamente fedele al patrimonio di verità elargitoci dalla Rivelazione; patrimonio che è sempre custodito nella vita della Chiesa. La garanzia non è data solo da generiche attestazioni aprioristiche. La garanzia è data da ineccepibili autori tra quelli che hanno più impreziosita la vicenda ecclesiale. Dei molti chiamati in causa, vengono privilegiati: sant’Ambrogio di Milano e san Tommaso d’Aquino.

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11 dicembre 2019

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