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Come dare l’acqua
al basilico

· «Giardino della gioia» di Maria Grazia Calandrone ·

Nel Giardino della gioia di Maria Grazia Calandrone crescono piante rigogliose: crescono spinte dalla forza inesorabile e propulsiva dell’amore; crescono in una terrestrità dove il male ne contrasta il cammino, lo slancio, l’affermazione, ma non le può uccidere.

Pubblicata in questi giorni, nella prestigiosa collana Lo Specchio Mondadori (Milano, 2019, pagine 208, euro 20) questa silloge poetica è pervasa da un evidente desiderio di dialogo, apertura, ricerca di un punto di incontro con un lettore, chiamato a riflettere insieme all’autrice sul significato dell’amore e sul valore di una poesia che le innumerevoli varianti di questo amore canta: «La poesia — commenta Calandrone — per me rappresenta un modo per raggiungere il punto dove tutti gli esseri umani si somigliano, la comune umana primaria al di là dello spazio e anche del tempo».

La poesia di Calandrone non insegna, non sale in cattedra, ma porge la mano, cercando un contatto, una strada da percorrere insieme, convinta di una fratellanza ontologica da riportare alla luce.

La riflessione parte dalla realtà (“stiamo fermi nel mondo delle cose”): “Amo molto il mondo delle cose — continua Maria Grazia Calandrone — è il luogo dove poggiare. Se non abbiamo i piedi, il corpo che ci tiene, non possiamo costruire niente”. La realtà, descritta con una dedizione che avvicina questa poesia al meticoloso sguardo della prosa di Katherine Mansfield, lungi dall’essere una palude, diviene l’impalcatura necessaria al verso per raggiungere le vette della contemplazione: «Stare nel mondo e nella cosiddetta “realtà” significa avere progetti lineari, che muovono cose da un punto A a un punto B e lasciano traccia, è uno stato dell’essere diverso rispetto a quello che opera nel tempo eterno e circolare e sempre nuovo della poesia, sono due modi complementari di costruire il mondo nuovo. La meta è unire queste due modalità (vita attiva e vita contemplativa) in una stessa persona».

La tensione verso la materia si ritrova in gesti umili «Dare l’acqua al basilico / aggiungere una manciata di sale grosso / all’acqua di cottura». Continua Calandrone: «Le abitudini della vita reale ci salvano tanto quanto ci bloccano: il flusso delle cose nel quale quotidianamente siamo immersi può essere la nostra ancora o la nostra prigione, ma di certo è la nostra salute, il nostro equilibrio, sebbene talora, per alcuni, pieno di rimpianto per le cose che non abbiamo osato osare». La perenne tensione tra ideale e reale, tra una “sottomissione all’umano” e una tensione che trascende il tempo umano stesso («Una rosa / è la rosa di tutte le rose / la rosa contraddetta /dalle abitudini della vita reale») si sprigiona in versi che danno voce, secondo l’autrice, al conflitto inesausto tra il desiderio e la possibilità che concediamo a noi stessi di realizzarlo.

In questo mondo reale, subìto e amato, vige una sorta di unità cosmica tra essere umano e natura, ma anche tra essere umano e oggetti inanimati («Il canto delle cicale / ha un legame segreto / con il riavvolgersi delle tue vertebre») in linea con la grande poesia statunitense che da Emerson attraverso Whitman arriva oggi fino a Mary Oliver: «L’unità di tutto, la corrispondenza di tutto con tutto a me pare un’evidenza. La percezione del mondo come luogo della circolazione e del continuo scambio di realtà non è la conclusione di un percorso filosofico, bensì il suo punto di partenza intuitivo». La poesia dunque, quella forza “anarchica” che “risponde a leggi solo proprie”, è una vibrazione elettrica che lega tra loro tutti i componenti dell’universo; è uno slancio primario, vitale, “un oggetto” che parla d’amore; è una forza che Calandrone definisce “politica”: «È ormai quasi impossibile, nella nostra società, decifrare i propri stessi bisogni. Credo che la poesia possa molto aiutarci a entrare in contatto con il desiderio e conoscere il proprio desiderio è politica. Incoraggiare una creatura a svincolarsi dal dominio del grande demone del mercato, che governa il mondo attraverso la diffusione di fake-news tese ad alimentare la paura anziché la solidarietà (divide et impera) è un’azione profondamente etica, dunque politica nel senso non strategico, più nobile». L’elemento primo che vivifica ogni realtà, richiamandola alla sua autenticità, è un amore che «arrotola come una corda la vanità del mondo /attorno ai nodi delle coincidenze». È l’amore a dare significato all’apparente vanità della vita: è l’amore che “modifica irrimediabilmente la materia”: «Questo genere di amore — commenta Calandrone — è l’esplosione letterale della gabbia dell’io, è la fuoriuscita quasi involontaria proprio dalle abitudini della vita reale, è ciò che causa insieme stupore e terrore, un’opportunità alla quale possiamo o meno aderire, come spiega benissimo Sabina Spielrein. Quello che la psicanalista scrive della sessualità va esteso, a mio parere, alle opportunità della vita interiore, con la coscienza che vita interiore e materia circolano una nell’altra».

Eppure, a volte, il potere nullificante della ragione sembra riuscire a soffocare lo slancio della gioia: «Alcuni non reggono la potenza dell’amore. Anzi, trasformano l’energia amorosa in energia distruttiva. È un modo completamente irrazionale di difendere la tenuta dell’io, che sarebbe arricchito dalla contaminazione con l’io dell’altro, perché lasciar entrare un altro io nel proprio significa accorgersi dell’esistenza del mondo. Purtroppo, come riflette Simone Weil, accorgersi dell’esistenza di un altro non è un dato banale, è piuttosto la meta di tutta una vita».

Di nuovo la palla torna alla poesia, intesa come ricerca di essenzialità, chiarezza, ineludibile opportunità per mettere a fuoco il proprio sé e quello dell’altro: «L’intero libro — chiosa Maria Grazia Calandrone — vuole anche dire che noi tutti conteniamo un amore trasfigurante e, insieme, il suo rovescio d’orrore, vuole anche dire che il disamore può trasformarci in mostri e che essere etici è una scelta quotidiana, capillare, che si compie a ogni bivio della nostra esistenza comune».

di Elena Buia Rutt

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08 dicembre 2019

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