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Come costruire società ricche ma non disperate

· La grande sfida dei prossimi decenni ·

Le dinamiche di riequilibrio tra Paesi occidentali e Paesi emergenti sono la predizione classica di una teoria della crescita — la convergenza condizionata — cui gran parte degli economisti aderisce da molti decenni. Il sostantivo convergenza genera speranza: non esiste determinismo ineluttabile per cui i Paesi poveri saranno sempre più poveri e quelli ricchi sempre più ricchi, perché il fossato può essere colmato con i primi capaci di crescere più velocemente dei secondi. L'elemento di speranza presente nella parola convergenza è parzialmente attenuato dall'aggettivo condizionata. Il recupero, cioè, può verificarsi soltanto a patto che i Paesi a basso reddito raggiungano una buona qualità nelle condizioni di contorno, ovvero nei fattori che rendono possibile la convergenza. I principali tra questi sono gli investimenti in capitale fisico, l'istruzione e la formazione professionale, la qualità delle istituzioni e la tutela dei diritti proprietari, l'accesso alla rete, un buon livello di capitale sociale (fiducia interpersonale e nelle istituzioni, disponibilità a pagare per i beni pubblici). La teoria della convergenza condizionata identifica di fatto nel funzionamento dell'economia un meccanismo «provvidenziale» anche se estremamente lento e doloroso. In presenza di divari di reddito e di benessere tra Paesi, persone e risparmi possono lentamente eliminare il gap trasferendosi i primi dai Paesi poveri a quelli ricchi e i secondi dai Paesi ricchi a quelli poveri per colmare il fossato. Ma ciò solo se le condizioni di contorno funzionano abbastanza bene.

La predizione, piuttosto controintuitiva fino a poco tempo fa, della convergenza condizionata era un tasso di crescita del pil maggiore nei Paesi poveri che nei Paesi ricchi. Da più di un decennio è quanto si sta puntualmente verificando. Basta vedere il tasso di crescita medio non solo di Cina, India, Brasile e Russia ma di tutta l'America latina, dell'Asia e dell'Africa. Da molti anni esso è superiore alla crescita media dell'Unione europea. La svolta decisiva per il funzionamento di questi lenti processi di riequilibrio è avvenuta con la globalizzazione che ha improvvisamente reso conveniente per le imprese delocalizzare.

È questa fortissima corrente di fondo che spiega la progressiva precarizzazione del lavoro in questi anni nei Paesi del primo benessere. La conseguenza che subiamo da almeno vent'anni a seguito di questa rivoluzione è che diventa praticamente impossibile competere sul costo del lavoro con i Paesi poveri o emergenti. Era evidente già venti anni fa che le differenze di costo del lavoro tra nord e sud del mondo potevano riequilibrarsi soltanto in due modi: con un miglioramento delle condizioni di lavoro nel sud o con un peggioramento di quelle del nord.

È importante però tenere d'occhio l'altra faccia di questa medaglia, ovvero il rapporto tra benessere economico e soddisfazione di vita. Fa impressione leggere come, in base ad alcuni studi recenti, i livelli di soddisfazione in alcuni Paesi emergenti siano costantemente diminuiti durante gli anni della crescita. Si tratta di un fenomeno simile a quello osservabile in passato nei Paesi delle economie dell'est Europa dopo la caduta del muro.

Nelle cosiddette economie in transizione si passa da un equilibrio stabile, con reddito basso, condizioni di vita precarie, ma ridotte diseguaglianze, a una gara per il successo nel quale lo stress della competizione si accompagna all'adozione di un nuovo metro di valutazione della riuscita della propria vita seguendo il quale, paradossalmente, non si può che essere per definizione perdenti durante il periodo di transizione stesso, visto il gap che ancora esiste tra il pur stagnante benessere nei Paesi ricchi e quello distante ma in crescita dei Paesi emergenti.

La grande sfida culturale dei prossimi decenni, sul percorso di questo auspicabile riequilibrio, resta quella di costruire società ricche di opportunità ma non sazie e disperate. Capaci cioè di utilizzare le maggiori possibilità economiche per coltivare valori non rivali, per i quali non soltanto il primo in classifica del momento ma tutti possiano essere vincitori.

L'umanità sembra oggi come quel bambino viziato, stordito da troppi regali, che non è ancora riuscito a divenire compos sui e padrone degli oggetti, in grado di utilizzarli tanto quanto basta ed è necessario per la sua crescita umana e spirituale. Sarebbe bello se il bambino fosse capace di imparare da solo. Ma purtroppo l'unica fonte di saggezza e di insegnamento sembra scaturire dalle ricorrenti e violente crisi, effetto loro stesse di un atteggiamento di avidità non ancora controllato e domato.

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19 marzo 2019

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