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Come cacciare i senza tetto
e renderli invisibili

· Reportage dal Giappone ·

«Sono arrivato a Tokyo sei anni fa», dice Akihiro. «Un lavoro inizialmente l’ho trovato, poi più niente, da un giorno all’altro sono finito in strada». Akihiro ha cinquant’anni, ed è uno delle migliaia dei senza fissa dimora che vivono nella capitale giapponese. In Giappone senza fissa dimora erano, tradizionalmente, coloro che erano impiegati nel settore delle costruzioni. L’industria edile impiegava molti lavoratori a giornata per soddisfare le crescenti esigenze del mercato durante il boom economico degli anni Ottanta e inizio Novanta e questi lavoratori vivevano in baraccopoli costruite intorno al luogo di lavoro. Tuttavia, le loro forme di occupazione e di abitazione erano instabili: per esempio, quando un lavoratore a giornata si infortunava e non riusciva più a svolgere un lavoro manuale, poteva subito perdere l’alloggio che veniva affittato con un sistema di pagamento quotidiano. Se inizialmente i senzatetto, tra i manovali edili, erano pochi, con l’improvviso crollo dell’economia all’inizio degli anni Novanta aumentarono perché la disponibilità di lavoro nell’edilizia si era ridotta considerevolmente. I senzatetto diventarono così un problema visibile nelle grandi città come Tokyo, Osaka, e Yokohama. Negli ultimi anni, l’impatto della crisi finanziaria globale e la recessione di lunga durata sembra aver prodotto una nuova tipologia di fissa dimora: molto più giovani rispetto a quelli dei primi anni del Novanta, molti non hanno mai lavorato nel settore delle costruzioni. Per queste persone oggi il governo prevede un sostegno finanziario. Ma, come mi spiega una volontaria di un gruppo parrocchiale, «ci sono anche persone senza fissa dimora che si rifiutano di accettare il sostegno economico. Spesso per la preoccupazione che le loro famiglie possano scoprire la loro condizione di indigenti». 

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

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19 settembre 2019

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