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Come bambini

· Al Musée Marmottan Monet ·

Il mondo dell’infanzia è sempre stato uno dei cardini d’ispirazione delle arti visive e musicali. Grandi maestri del cinema, da Truffaut a Malle, da Rossellini a De Sica, a Comencini furono da sempre testimoni attenti della dimensione del bambino, non tanto mossi dal difficile proponimento di comprenderla, quanto di valorizzare la vulnerabilità di quel patrimonio umano. 

Berthe Morisot, «Eugène Manet et sa fille» (1881)

Lo scrive Luisa Nieddu aggiungendo che il mondo del fanciullo, inteso talvolta come “tappa biografica” indefinita, afona, procede spesso parallelamente a quello degli adulti. Le arti giungono quindi a sostegno, come presa di coscienza dell’infanzia in quanto identità autonoma, e crocevia importante rispetto alla complessa trama di relazioni sociali, culturali che legano il bambino al mondo adulto. L’amore per il bello delle arti figurative mette in luce dunque il mondo dell’infanzia come espressione di grazia, che pur nella docile natura della propria identità reclama con forza un riconoscimento. Delineando così la condizione storica del bambino, attraverso una vasta panoramica di eccellenti testimonianze figurative dell’arte francese, dal Trecento al Novecento, il Musée Marmottan Monet di Parigi affronta il complesso tema della condizione infantile lungo i diversi milieux che circondano quel mondo. Oltre i cicli della storicizzazione, il compito della mostra si definisce non tanto nel recupero della memoria, quanto nella riflessione rispetto ai mutamenti in senso antropologico di cui il fanciullo è stato protagonista.

Nell’elegante quadro di accoglienza della fastosa dimora dei collezionisti ottocenteschi Jules e Paul Marmottan, già tenuta di caccia, si è aperta al pubblico il 10 marzo L’art et l’Enfant: Chefs-d’œuvre de la peinture française. L’itinerario ha inizio con uno dei più importanti pezzi scultorei del Museo di Cluny di Parigi, la Presentazione di Gesù nel Tempio eseguita in marmo nel 1370 da André Beauneveu e Jean de Liège, a testimonianza della centralità della rappresentazione dell’Enfant-Dieu nell’iconografia del medioevo, a partire dalla risoluzione della crisi iconoclasta dell’viii-ix secolo.

Le raffigurazioni del fanciullo nelle arti, almeno nella fase storica tra il xvi-xvii secolo, apparivano incentrate sull’immagine del Bambino Gesù o sulle rappresentazioni del bambino re, in quanto delfino del diritto divino. Sotto l’egida dunque delle grandi monarchie assolute cominciò a fiorire un rinnovato culto dell’infanzia che si rifletteva nell’arte in momenti di mitizzazione dell’immagine del fanciullo, celebrati nelle sontuose tele di Philippe de Champaigne, come il giovane Luigi xiv nell’atto di offrire lo scettro e la corona al Bambino Gesù in grembo alla Madre, realizzata nel 1650 e giunta da Amburgo per la mostra. Parallelamente al filone celebrativo, l’attenta osservazione verso il mondo del bambino toccò il suo vertice nel xvii secolo con l’indirizzo realistico, espresso nella apologia della vita degli umili, e nell’apparizione di scene di vita contadina documentate dai fratelli Le Nain, Antoine e Mathieu, nel suggestivo Enfants avec une cage à oiseaux et un chat (1646) o nei Giovani Musicanti, in olio su rame (1640), proveniente dalla collezione Thyssen-Bornemisza di Madrid.

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18 agosto 2019

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