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​Come Anna Frank ma a lieto fine

· ​La storia di Carry Ulreich ·

Pubblichiamo un articolo uscito il 6 ottobre su «El País».

«Anna Frank con finale felice». Così Carry Ulreich ha definito se stessa firmando ad Amsterdam il libro dei visitatori della casa museo di Anna Frank. A quasi novant’anni non voleva richiamare l’attenzione, ma l’odissea della sua vita è davvero simile a quella dell’autrice del diario più conosciuto dell’Olocausto, ma con una differenza fondamentale: Carry sopravvisse all’invasione nazista in Olanda e conservò il racconto della sua esperienza, scritto in sette taccuini. Come Anna, si nascose dai nazisti con i suoi genitori e sua sorella Rachel. Il fidanzato di quest’ultima si sarebbe aggiunto in seguito. Come Anna, la cui famiglia proveniva dalla Germania, anche Carry era originaria di un altro paese, la Polonia. La sua famiglia fu aiutata da dei vicini che, così facendo, misero a rischio la propria vita.

Carry Ulreich (a destra) accanto a sua sorella nel 1939

Ma mentre Anna proveniva da un contesto liberale, gli Ulreich erano ebrei ortodossi e il racconto dell’adolescente getta luce sulle sfide imposte dalla situazione ai loro precetti religiosi. Soprattutto perché a nasconderli fu una famiglia cattolica praticante di Rotterdam.

Carry ora si chiama Carmen Mass, vive in Israele e a novembre compirà novant’anni. Il suo diario è stato appena pubblicato in olandese dall’editoriale Mozaïek con il titolo s’ Nachts droom ik van vrede (Di notte sogno la pace).

Nel marzo 1944, in piena seconda guerra mondiale, il governo olandese in esilio annunciò da Londra che, una volta terminato il conflitto, avrebbe raccolto gli scritti che potevano documentare quanto accaduto. Anna Frank, nascosta dal 1942 con la sua famiglia nel retro di una casa affacciata su un canale di Amsterdam, riscriveva e ordinava il suo diario in vista di una possibile pubblicazione.

A Rotterdam, la città portuale che nel 1940 era stata rasa al suolo per agevolare l’invasione nazista, si nascondeva in quello stesso periodo Carry Ulreich, allora sedicenne. I suoi non sono gli unici racconti di quanto accaduto agli ebrei nascosti; in Olanda verso il 1943 c’erano circa 300mila persone che vivevano in una simile condizione; tra queste si salvarono 25mila ebrei che rimasero nascosti. Gli ebrei non furono gli unici a nascondersi, ma secondo gli storici riferiscono che scarseggiano i ricordi di questa epoca con la descrizione della vita quotidiana di famiglie ortodosse prima dell’occupazione, durante la loro reclusione forzata e dopo la guerra.

Il racconto di Anna Frank è anche la storia del risveglio adolescenziale di una bambina con ambizioni letterarie, che s’innamora per la prima volta in un interno asfissiante. Carry a sua volta descrive in vari passaggi l’effetto che produceva in lei l’obbligo di portare la stella gialla cucita sul vestito, epitome dell’antisemitismo: «Non mi importa (...) Sono molto orgogliosa di essere ebrea (...) Papà non la pensa così, non ha il coraggio di uscire in strada e non lo fa (...) Quando guarda dalla finestra gli dico di far attenzione a non cadere, perché laggiù avrà bisogno di una stella», scrive con sarcasmo adolescenziale.

In altri passaggi si domanda perché non possono mangiare quello che mangiano i cattolici Zijlmans, che li accolsero per tre anni: «Stasera abbiamo mangiato coniglio arrosto al burro (...) per la prima volta, e magari sarà l’ultima che mangiamo qualcosa di trefà. Ed era buonissimo. Sembrava pollo. Perché non possiamo mangiare queste cose?». Si domanda davanti a un piatto che non era kosher in pieno razionamento.

Queste differenze e gli intensi dibattiti teologici intercorsi tra le due famiglie non le misero mai in conflitto l’una contro l’altra. Carry restò sempre in contatto con gli Zijlmans, che per dormire le lasciarono la sua stanza con una finestra. «Loro dormivano nell’angolo delle patate e senza ventilazione. Vi immaginate? Non lo fecero per soldi, ma per amore a Gesù», ha dichiarato alla stampa olandese poco prima della pubblicazione del libro.

di Isabel Ferrer

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