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Come andare avanti senza far torto a Dio e a Cesare

Di come si sono articolati i centocinquant’anni in comune tra Stato italiano e Chiesa cattolica tanto è stato scritto, detto, raccontato, testimoniato, dipinto e cantato. Eppure le cinque vetrine della Sala Zuccari, con i nutriti pannelli che le circondano, si rivelano capaci di accompagnare il visitatore lungo un secolo e mezzo di storia, offrendogli un angolo visuale arricchito, inusuale e a tratti inedito.

La vicenda raccontata dalla mostra «Stato e Chiesa. Dal Risorgimento ai nostri giorni» è stata (come è ben noto) una storia lunga e frastagliata — ora complessa, accidentata e drammatica, ora armoniosa e costruttiva — in un’alternanza di frenate e accelerazioni che ha trovato una storica formulazione nell’articolo 7 della Costituzione repubblicana del 1948 (di cui la mostra presenta una versione dattiloscritta con la firma di Umberto Tupini), ma che certo non si è fermata lì. E così l’esposizione avvince il visitatore conducendolo dal testo del giuramento che il nuovo re Vittorio Emanuele ii prestò il 29 marzo 1849 davanti al Parlamento sabaudo, sino alla firma autografa di Benedetto XVI che chiude la Caritas in veritate .

In mezzo, un tesoro: lettere; atti; progetti di legge (come quello con cui Vittorio Emanuele ii assumeva per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia); faldoni; encicliche originali ( Ubi nos di Pio IX del 1871; Rerum novarum di Leone XIII del 1891; Il fermo proposito di Pio X del 1905, Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009); diari personali; pamphlet; libri; pagine dell’«Osservatore Romano»; fotografie; telegrammi; appunti privati; documenti conciliari (la costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, Gaudium et spes e la dichiarazione sulla libertà religiosa Dignitatis humanae , 7 dicembre 1965, entrambi con la firma autografa di Paolo VI); animati botta e risposta giornalistici — come quello sorto nel clima polemico della ratifica del Concordato, tra il Date a Cesare di Mario Missiroli e il Date a Dio di Giuseppe Dalla Torre.

L’esposizione parte dunque — come è necessario che sia — dal prodromo della Questione Romana. E fa un certo effetto vedere la pagina su cui è vergato, nella decisa grafia di Camillo Benso di Cavour, la celeberrima formula «Libera Chiesa, in libero Stato» (lettera del febbraio 1861, scritta a padre Carlo Passaglia e Diomede Pantaleoni, inviati a Roma come ambigui negoziatori per la questione romana). La battaglia di Castelfidardo del 18 settembre 1860 aveva aperto una ferita profonda anche per il modo in cui era maturata. Appena prima il «Giornale di Roma» pubblicava l’ultimatum di Cavour (7 settembre 1860) e, quattro giorni dopo, la risposta infuriata del cardinale Antonelli «alla sua disgustosa comunicazione».

Il telegramma del ministro della guerra Giuseppe Govone sulla avvenuta capitolazione di Roma (21 settembre 1870) è una sorta di incipit alla legge delle Guarentigie, che apre un periodo drammatico e burrascoso. Del serratissimo «dialogo» sarà testimone attento negli anni «L’Osservatore Romano», sin dal suo primo numero (1° luglio 1861), passando per la spiegazione dei motti del quotidiano («la nostra epigrafe», 2 gennaio 1862, che congiunge «la tradizione classica e quella cristiana», come ha ricordato il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone), giungendo fino allo splendido numero speciale pubblicato in occasione del centenario del quotidiano (1961).

E se il riavvicinamento si avrà con le elezioni del 1913 (a seguito del patto Gentiloni), diversi appelli firmati dalle comunità locali dimostrano che ancora nel quotidiano lo stridore era fortemente avvertito. Ne è un esempio l’appello del 15 febbraio 1914 che «i cattolici di Bastianello» scrivono al presidente del Senato preoccupati per la proposta di legge sulla precedenza obbligatoria dell’atto civile delle nozze.

Quindi la svolta della Grande guerra, nella ineguagliata definizione di Benedetto XV: qui colpisce vedere alcune pagine del diario del senatore Guglielmo Imperiali (1858-1944), del periodo in cui fu membro della delegazione italiana a Parigi per la firma del trattato di pace siglato a Versailles (di cui fu cofirmatario per l’Italia).

Il visitatore s’imbatte quindi nella nascita del Partito popolare, ed è il profilo sobrio ma deciso di Luigi Sturzo. Ampio spazio viene quindi dato al cammino verso la Conciliazione, suggellata con la storica firma dei Patti Lateranensi (ci sono i biglietti con le dichiarazioni dei senatori assenti al voto, che dicono che avrebbero votato per il sì). Seguirà — dopo la firma ma prima della ratifica — in occasione della solennità del Corpus Domini (30 maggio 1929), la lettera Ci si è domandato che Pio XI indirizza al cardinale Pietro Gasparri («titanico segretario di Stato», secondo la definizione del suo corrispondente attuale).

Proveniente dall’Archivio Segreto Vaticano è anche la lettera chirografa di Pio XI (datata presumibilmente 7 settembre 1929) al cardinale Gasparri in cui il Papa lo invita a far portare al nuovo ufficio telegrafico il testo di quello che sarà il primo telegramma inviato dal neonato Stato vaticano. Destinatario uno specifico regnicolo italiano, Vittorio Emanuele III. Seguono i «singolarissimi» lavori dell’Assemblea Costituente, e gli anni successivi in cui la vicinanza tra i due Stati si traduce realmente in collaborazione, a tratti armonica (tra le pagine del diario di Fanfani, colpisce un appunto del 25 dicembre 1961: «Natale a casa, in qualche lettura»). La mostra documenta poi la revisione del Concordato del 1984 (con fotografie provenienti dall’archivio della Fondazione Craxi), arrivando fino agli incontri degli ultimi anni.

Una storia lunga e complessa, dunque, e che certo non si è ancora finito di studiare e ascoltare. Una storia però — lo ha ricordato il cardinale Bertone nel suo intervento — a cui «hanno contribuito in modo decisivo anche i cattolici». La mostra lo testimonia, incoraggiando il dialogo e il confronto, con l’augurio — vicendevole — di altri centocinquant’anni (almeno) di vita in comune.

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25 febbraio 2020

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