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Come Anchise sulle spalle di Enea

· Profughi in fuga dall'inferno della città di Kobane assediata dai terroristi dell'Is e ridotta in macerie ·

«Papà, raccontagli del nostro viaggio in mare». «Va bene figliolo. Dunque, il primo giorno di mare ho capito subito che lo scafista non sapeva guidare l’imbarcazione, ci ha detto “massimo dodici ore e siamo in Italia”, e dopo ancora tredici ore eravamo a largo della Libia. La benzina non era più sufficiente, né per tornare in Libia né per arrivare in Italia. Quella che doveva essere la nave della speranza, una piccola barca in legno con a bordo almeno 224 persone, si era trasformata in una trappola mortale: si rischiava che la barca si capovolgesse da un momento all’altro».

Così Ammar racconta timidamente alla telecamera la sua fuga dalla Siria insieme a suo figlio e a sua madre anziana, su una sedie a rotelle.

Ammar, Naira e Mohamed. Ammar il figlio. Naira, la madre: nel loro sguardo rivive lo sguardo di Enea che fugge da Troia in fiamme portando sulle spalle il vecchio padre e il figlio tenuto stretto per la mano. Ammar come Enea: un profugo, un fuggiasco, uno straniero, uno che arriva da fuori, da molto lontano. Uno che ha perso tutto. Capita rare volte che sia la televisione a farci ricordare di una delle più preziose facoltà dell’anima umana: la pietà .

Ci sono recensioni che non sono affatto recensioni, ma constatazioni di un evento importante avvenuto in televisione. Parliamo di Piazzapulita, la trasmissione di approfondimento e inchiesta condotta da Corrado Formigli che ha mandato in onda lunedì scorso su La7 un lungo reportage sull’odissea dei profughi di guerra. «Fortezza Europa» era il titolo dello speciale, un documento unico girato in esclusiva dentro Kobane passando per la Libia, il Marocco, le bidonville clandestine italiane, fino al nord Europa.

Tre ore col fiato sospeso. Migranti sfruttati. Sottopagati. Alloggiati in luridi tuguri. Massacrati di botte. Schiavi nei campi della provincia di Foggia. Di fronte alla potenza delle immagini non rimane nulla da dire. Si può solo tacere e avvampare di rabbia perchè viviamo in un mondo che permette che nell’indifferenza generale esseri umani finiscano affogati al termine di un viaggio disperato compiuto per fuggire dall’inferno e dalla miseria. È un reportage duro, senza sconti, che mostra rispetto per le storie che racconta senza spettacolarizzare le tappe di viaggio verso e attraverso l’Europa per cercare una vita migliore.

di Silvina Pérez

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11 dicembre 2019

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