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Benedettina e artista

· Un ritratto di madre Hildegard Michaelis ·

«Spesso diciamo che Dio ci fa aspettare. In realtà, è piuttosto vero il contrario: è Dio che ci attende; bussa alla porta del nostro cuore, finché la apriamo per accoglierlo del tutto in noi. Sovente, però, essendo troppo occupati di noi stessi, semplicemente non lo sentiamo».

Ottant’anni fa, nell’agosto 1935, Hildegard Michaelis la sua porta la apre definitivamente. Era nata il 17 novembre 1900, a Erfurt; battezzata il 2 dicembre nella protestante Predigerkirche, la chiesa di cui Meister Eckhart fu priore nel xiii secolo. Nulla in famiglia avrebbe lasciato presupporre il suo itinerario spirituale: all’ambiente luterano in cui cresce non corrisponde alcuna pratica religiosa dei genitori.

Hildegard negli anni Trenta

La morte della madre, nel 1913, chiude bruscamente la sua infanzia e spalanca un’adolescenza inquieta ed esigente, calamitata dalla bellezza. L’atmosfera di casa, nel frattempo, cambia radicalmente. La nuova moglie del padre dimostra di attendere solo l’uscita di scena dei tre figli del primo matrimonio. Sebbene Hildegard senta nell’arte la propria vocazione, il padre la induce così a frequentare una scuola di commercio, perché sia presto autonoma sul piano finanziario. Appena ottenuto il diploma, sarà finalmente libera, ad Amburgo, di entrare alla Hochschule für Bildende Kunst, stabilendo decisivi contatti con il Bauhaus di Weimar e appassionandosi particolarmente alla tessitura.

Per non dipendere più dalla casa paterna, dapprima lavora in una libreria, dove dirà di aver più letto che venduto, poi come segretaria in una grande azienda automobilistica. Hildegard si ingegna in ogni modo, per mantenersi nella carriera artistica: diventa, addirittura, una dei Wandervögel giovani che, girando di villaggio in villaggio, andavano raccontando favole ai bambini, vitto e alloggio garantiti dai maestri di scuola. Durante uno di quei viaggi, camminando nella brughiera di Lüneburg, Hildegard ha il potentissimo incontro con Dio che le conquista l’esistenza. Inatteso. Certo, il suo era uno spirito aperto, sollecitato in molti modi dalla vita, ma è solo a quel punto, improvvisamente, attraverso l’impeto e la bellezza del creato, che le diventa chiaro il compito: vedere Dio in tutto, conoscerlo e farlo conoscere. Avanti negli anni, quasi a rileggere la sua giovinezza e il Mistero che le inondò il cuore, dirà: «È proprio della bellezza, anche nelle sue espressioni più semplici, possedere già un gusto anticipato del Regno della grazia e dell’amore che, nella sua pienezza totale, potremo soltanto assaggiare nella gloria eterna. Tuttavia, quel Regno è già fra noi nella misura in cui siamo puri di cuore. E la purezza è questo: aprire sempre più il cuore a Dio, cosicché egli possa percepirvi ciò che è ultimo e più nascosto». Avverte un’enorme difficoltà nel confessare il Credo, perché sente mancarle una storia di fede e non porta che il suo esser giovane artista attratta al cattolicesimo. Sente però di amare enormemente la Chiesa, che è diventata la sua vera casa, ed è per questo amore che vuol credere con fermezza. Ciò nonostante, la sua sensibilità è presto urtata dall’aspetto tetro di molte chiese, spesso buie e trasandate.

Ebbene, quella sofferenza si trasforma in una seconda vocazione: lavorare per render bella la Chiesa, volgere la propria arte a dire l’amabilità di Cristo, presente nei sacramenti. Si dedica tutta alla tessitura e organizza le sue prime esposizioni, quindi si esprime nella pittura, con la ceramica e nella scultura. A onor del vero, era già accaduto di ricevere, prima della conversione, un sorprendente ordine per il nunzio apostolico Eugenio Pacelli: avvenne durante una mostra che era in corso a Colonia, ma Hildegard nemmeno sapeva cosa fosse una pianeta; comprò un libro sulla tradizione liturgica e realizzò il primo paramento. Fu il primo segnale di un grande riscontro che avrebbe trovato nella committenza, grazie a una sensibilità artistica che doveva accrescersi con la frequentazione, sempre più intensa, delle grandi abbazie benedettine di Maria Laach e di Solesmes: la bellezza dei riti e del canto gregoriano entrava nella sua anima, ricentrando sulla Trinità l’intero suo itinerario biografico e artistico.

I contatti con molti artisti e l’organizzazione di esposizioni la portano, all’inizio degli anni Trenta, in Olanda, dove il padre la inviterà a restare: in Germania avanzava il nazionalsocialismo e l’anziano genitore intuisce maggiori prospettive di pace e di benessere in un piccolo Paese. Il nome della Michaelis guadagna nei Paesi Bassi sempre maggiore notorietà; lavora ormai come artista indipendente e crescono le comande di paramenti e arazzi liturgici.

La grande svolta vocazionale, però, avviene nel 1935, quando, con la sua aiutante diciannovenne e con un’amica, laureata in lingue antiche, Hildegard decide di andare a vivere unicamente per Dio. Il 2 agosto trovano una piccola casa, a Egmond, non ancora ultimata: in ginocchio, sul pavimento, cantano il Veni Creator Spiritus, vi si trasferiscono con i loro telai e subito cominciano a studiare l’ufficio divino benedettino, per poterlo presto cantare integralmente. «Nel tempo in cui nacquero i progetti per la nostra fondazione — scrive Hildegard cinque anni dopo — c’era tanta esitazione e molto muoversi a tentoni per comprendere ciò che Dio richiedeva da noi. Quando arrivò il giorno che in tre siamo venute qui, Dio ci ha dato il coraggio di dire “Tutto ciò che ci domanderà vogliamo donarglielo”. Questa era la nostra decisione».

Ed ecco arrivare una donna che chiede di unirsi a loro: per di più esperta in cucina. Arrivano quindi una sarta, una contabile, una segretaria: anime diverse, ma con un solo desiderio, quello di servire Dio nella bellezza. Ora et labora et noli contristari; la loro vita comincia a manifestare in modo nuovo il carisma benedettino.

Scoppia la seconda guerra mondiale e il 5 maggio 1940 la Germania invade l’Olanda: Hildegard ne è interiormente sconvolta, i suoi capelli diventano rapidamente bianchi. Nel 1942 è sancita l’evacuazione obbligatoria: la casa va lasciata e la vita monastica deve proseguire in condizioni estreme, difficilissime.

In bicicletta si visitano le fattorie per chiedere cibo ai contadini, offrendosi in cambio per la filatura della lana. Sorprendentemente, è però un tempo in cui le vocazioni si moltiplicano: nel pieno del conflitto, arrivano giovani che chiedono di condividere con Hildegard la vita, per quanto si tratti di dormire in un pollaio, di lavorare e di cantare le lodi di Dio in un’unica stanza. L’arcivescovo di Utrecht si mostra intanto favorevole verso la giovane comunità e la autorizza a conservare il Santissimo Sacramento: un dono immenso.

Terminata la guerra, nel 1945 è possibile rientrare a Egmond: avevano lasciato la casa in dieci, vi fanno ritorno in diciassette. Il vescovo locale, tuttavia, toglie la possibilità di conservare l’Eucaristia e si dimostra più prudente del confratello di Utrecht. «Hildegard, che cosa vuoi?»: domanda grande come una vita. «Vivere per Dio, pregando e lavorando; come è scritto nel Vangelo». Senza una dote? «Io porto il mio telaio e me stessa». Nel 1951 la prima bozza delle future Costituzioni viene inviata dal loro vescovo a Roma: tornerà con molte integrazioni, pagine di regole e di prescrizioni convenienti a delle religiose; ma ecco poi, il 4 gennaio 1952, l’ufficiale approvazione della Congregazione delle Sorelle benedettine di santa Lioba «Scegliendo questo nome, non ho pensato tanto alla persona stessa, quanto al significato del nome che portava: Lioba, nella lingua celtica Leobgytha vuol dire “amore”. Qui parlo del nostro amore per Dio, per la comunità, per il prossimo e soprattutto dell’amore di Dio per noi. Lo cantiamo sempre di nuovo nei salmi questo amore che tutto circonda e in cui sempre possiamo vivere». Il 12 marzo, madre Hildegard Michaelis emette la professione nelle mani del vescovo di Haarlem; l’anno seguente sarà la volta delle suore, nelle sue mani di madre. Segue una lunga stagione di preghiera entusiasta e di molto lavoro, primavera in cui la comunità raggiunge il numero di sessanta donne.

Tra il 1957 e il 1960, madre Hildegard Michaelis apre a Orselina, in Canton Ticino, una seconda fondazione, dedicata agli studi artistici; nel 1963 la terza casa, a Strasburgo, per lo studio della teologia e del diritto canonico; nel 1968 è la volta di una fondazione a Simiane-Collongue, in Provenza, per la ricerca in ambito artistico e architettonico. In Francia Hildegard fonda anche la comunità maschile dei frères intitolata a Saint German. Nel frattempo il concilio Vaticano ii conferma e rilancia la sua intuizione originaria, trovando la piccola congregazione pronta a contribuire al cammino di rinnovamento liturgico, estesosi a tutta la Chiesa. 

di Sergio Massironi

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26 agosto 2019

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