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Per combattere
la povertà educativa

· #CantiereGiovani - Per costruire e alimentare un’alleanza tra le generazioni ·

Compie un anno il progetto «Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie»

Ad un anno dall’inizio del progetto Donmilani2: Ragazzi Fuoriserie, selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini, nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile — Bando Adolescenza, Fondazione Exodus ha organizzato un momento d’incontro, riflessione e confronto sul difficile e complesso tema dell’adolescenza, in tutta la sua variegata e ricca dimensione. Per avere uno spaccato della portata di questo universo, occorre ricordare che nel nostro paese un milione e 208 mila bambini vivono in condizioni di povertà assoluta (Istat 2017) e il dato numerico non è l’aspetto più grave di un fenomeno che trascina con sé — come conseguenza tragica e naturale — un’altra povertà, quella educativa. Una povertà che rischia di pregiudicare definitivamente e irrimediabilmente il futuro di questi bambini, di aprire un solco difficilmente sanabile nel loro percorso di crescita, di segnare in maniera indelebile la loro identità.

Alcuni dei ragazzi  che partecipano al progetto

Dare una definizione circoscritta e compiuta di cosa si intenda — oggi, in Italia — con povertà educativa, che certamente non è legata solo all’indigenza, è difficile. Per curare una piaga, che richiede un approccio a 360°, occorre calarsi dall’astrazione alla concretezza di un quotidiano sotto i nostri occhi. Povertà educativa significa non avere un parco giochi in cui giocare o un libro da leggere, non essere mai andati al cinema, non disporre di un minimo di offerta culturale, ma — ugualmente — significa avere genitori esclusivamente rivolti al lavoro, distrattamente interessati alle vicende dei figli o portati a trascurare i loro bisogni o interessi. Spia rivelatrice — e più immediata — della presenza di povertà educativa sono il disagio e la dispersione scolastica, e, ogni anno, si rischiano di perdere oltre 140 mila alunni.

Non è difficile immaginare quanto il fenomeno dell’abbandono scolastico sia direttamente connesso alla precarietà delle condizioni familiari: dall’incrocio dei dati, infatti, condotto dalla piattaforma Openpolis (partner Con i Bambini), relativi agli abbandoni scolastici precoci con quelli sul disagio familiare, emerge in modo incontrovertibile la diretta concomitanza tra uno stato di assoluta povertà o grave disagio sociale e la manifestazione delle varie forme di povertà educativa. E laddove aumentano queste ultime, cresce anche la probabilità che si traducano in un prematuro abbandono scolastico. Tendenza, purtroppo, in crescita, come lo sono, del resto, i bambini indigenti: nel 2005 i minori di 18 anni in povertà erano circa il 4 per cento, un decennio dopo tale percentuale risultava quasi triplicata, e, a oggi, oltre il 12 per cento di bambini e adolescenti versa in uno stato di assoluta povertà. Su questa amara constatazione pare chiudersi il cerchio.

«Come Fondazione — spiega Franco Taverna, coordinatore nazionale di Exodus — adoperarci nella lotta al contrasto della povertà educativa è diventato un diktat morale. Da diversi anni siamo impegnati su questo fronte e la partecipazione al bando dell’impresa sociale Con i Bambini intende rendere organico e strutturale il nostro intervento e la nostra presenza sul territorio: c’è molto da fare e questo progetto — forti delle esperienze maturate sul campo — coinvolge i presidi educativi, attraverso i quali da tempo operiamo nelle realtà locali. Fin dalle origini, è stato concepito con lo specifico obiettivo di intervenire sui processi maturativi degli adolescenti, affiancandoli in uno dei passaggi più delicati della crescita, che vivono in condizioni di concreto e potenziale rischio, di marginalità, devianza e bullismo agito o subito».

L’intento finale è sviluppare e rafforzare la comunità educante dei territori in cui il seme dell’iniziativa viene gettato, rendendo strutturale e permanente l’attenzione alle fragilità educative: fragilità che, se trascurate o considerate solo episodicamente, degenerano in vere piaghe sociali, difficilmente sanabili. «Inizialmente, abbiamo coinvolto — racconta Taverna — dieci poli/presìdi su tutto il territorio nazionale e, a ora, abbiamo stretto collaborazioni con 44 partner, tra scuole, comuni e mondo dell’associazionismo sociale privato. Nel corso del primo anno di attività, abbiamo coinvolto altri nuovi compagni di viaggio, allargando la rete sui territori e l’offerta educativa per i ragazzi, proprio nell’ottica di creare quella salda e coesa comunità educante, a cui tanto tendiamo». Sì, perché se c’è una cosa che i numeri non raccontano, è la difformità delle vittime inghiottite da questo tipo di povertà: ci si trova — faccia a faccia — con una realtà intricata, confusa e frammentaria che, seppur unita dal triste comune denominatore di malessere, disagio e solitudine adolescenziale, assume caratteri diversi e peculiari da luogo in luogo, così che, pur riscontrando tratti simili, è come se i volti dell’incomunicabilità dei nostri giovani assorbissero le specificità proprie dell’humus sociale, culturale, economico che l’ha generata. Il fatto che ogni storia sia frutto delle variabili di tutto un contesto, implica percorsi di prevenzione e recupero cuciti ad hoc, sull’unicità di quel tessuto di riferimento.

Ne è un esempio Bovalino, piccolo comune in provincia di Reggio Calabria raggiunto dalla fondazione: un paesino nella periferia del nostro paese, ma snodo nevralgico per i ragazzi dei comuni limitrofi di Bosco Sant’Ippolito, San Luca, Ardore Superiore, Locri. Sono nomi ricorrenti nelle cronache di testimonianza dalle roccaforti della criminalità organizzata. Eppure, anche nel cuore della ‘ndrangheta, c’è dell’altro. E quest’altro va scoperto. Va costruito, passo dopo passo, per quei giovani che questi paesi li abitano, li vivono e, con tutto quanto è dato, «con-vivono».

In un ex centro commerciale in disuso, in uno spazio di 250 metri quadrati, Domenico condivide un tratto di strada con tanti ragazzi e ragazze che della loro strada sono alla ricerca. Da diversi comuni limitrofi raggiungono il capannone, in cui trovano quotidianamente quella guida che li accompagni nella giusta direzione. Spostarsi si traduce, quasi sempre, in un piccolo esodo, ma la motivazione è forte: «Da Africo, in cui ha sede uno dei 10 poli educativi del Progetto, a Bovalino — racconta Domenico — è terra bruciata. Per i ragazzi non esiste nessun tipo di sbocco, alternativa o possibilità, nessuna attività ricreativa. I genitori mancano dei mezzi, non solo economici, per supportarli e, quindi, è inevitabile che vengano abbandonati a loro stessi».

A cercare di porre argine a questo vuoto, due volte alla settimana, nell’ex centro commerciale — allestito di volta in volta a palcoscenico, palestra, laboratorio — giovani e giovanissimi organizzano lezioni di danza, canto, spettacoli teatrali e recite. «Più genericamente, io parlo di rappresentazioni ed espressioni artistiche — spiega Domenico, descrivendo le attività cui si dedicano con passione e cui dedicano il loro tempo — perché ciò di cui mancano sono le occasioni per esprimersi, per imparare ad apprezzare la bellezza e sentirsene parte integrante». Le esperienze sono molteplici: non di rado si ha l’opportunità di studiare, contemporaneamente, più discipline, e di divertirsi, mentre si impara. «Ad esempio, le lezioni di danza sono tenute da insegnanti di madrelingua inglese, e questo è un lusso che qui in pochi possono permettersi — afferma l’educatore —. Con questo progetto cerchiamo, per quel che possiamo, di coprire questa lacuna».

Anche nella più agiata Lombardia, a Gallarate (Varese), nello spazio che la fondazione tiene aperto tutti i pomeriggi — nel corso dell’anno scolastico, come nel periodo estivo — un altro educatore, Walter, lavora a stretto contatto con i ragazzini che hanno già lasciato la scuola, purtroppo, o che sono segnalati dai servizi sociali.

«I piccoli sono sempre pronti a raccogliere il nostro invito, lo vedo ogni giorno, li incontro ogni giorno — spiega Walter —. Il ragazzino che ha spaccato i vetri della finestra in classe, quello che la scuola nemmeno la frequenta, il piccolo genio nato in Africa che ricorda i versi dei grandi poeti italiani meglio dei compagni di classe. Ognuno di loro ha talenti da spendere, nascondono tesori sotto le ferite del corpo e dell’anima. Portano segni, visibili e invisibili, della loro storia, ma i loro occhi continuano a brillare di luce. Perfino stare seduti può diventare per loro un supplizio».

È incredibile che, ancora oggi, tanti bambini sopportino uno stato di così profondo degrado: «Molti vivono nascosti in tuguri bui e umidi e, per riuscire a estrarli da quelle cantine malsane, bisogna scendere fin là sotto: è come se fossero vittime di un sortilegio e non volessero tornare alla luce del sole» fa sapere l’assistente, raccontando degli incantesimi che si ritrovano a improvvisare per aiutarli a risalire. La prima di una serie di risalite che occorrerà affrontare: «Quando meno ce lo aspettiamo, però, sono loro a ricondurci alla meraviglia, a insegnarci a non arrenderci» aggiunge con stupore Walter.

Non lontano da qui, a Quarto Oggiaro, periferia difficile e tristemente stigmatizzata di Milano, la fondazione — in collaborazione con una start up da poco creata — ha aperto una «stanza educativa» in cui i ragazzi possano imparare facendo. «L’abbiamo chiamata — spiega Franco Taverna — Scuola Ventura. Ogni settimana abbiamo trasferito, in orario di lezione, i ragazzi di una terza media dall’aula al laboratorio, in cui studiano robotica, taglio laser, falegnameria». Certo non è stato semplice, perché si tratta di ragazzi che normalmente non seguono le lezioni, ma si addormentano sui banchi o disturbano, impedendo lo svolgimento dei regolari programmi.

A queste proposte, fuori dall’aula, ma all’interno del perimetro, e di un contesto scolastico, hanno invece aderito e, addirittura, stanno scoprendo passioni e predisposizioni che intendono coltivare» conclude il coordinatore, ricordando che, per loro, la fatica di costruire una propria identità è appesantita da situazioni destabilizzanti del nucleo più stretto, dovute, ad esempio, all’assenza di uno dei genitori, perché in carcere, alla mancanza degli affetti più cari, perché in altre città o paesi, o al disinteresse emotivo dei genitori. Contrastare la povertà educativa significa restituire a bambini e adolescenti, che hanno perso fiducia in sé stessi e negli altri e interesse per la vita, la speranza di guardare al futuro con occhi nuovi e la forza di credere nei propri sogni. L’adolescenza, del resto, è una fase straordinaria, e straordinariamente delicata, nella vita di ogni individuo.

«È il tempo — sottolinea Don Mazzi, presidente di Fondazione Exodus — della ribellione, della curiosità, della disobbedienza, del rischio, della confusione e del conflitto. Il problema è che, spesso, questo complesso di componenti non viene accolto e declinato, da noi adulti, genitori, educatori e docenti, nei termini appropriati. Dalla mia esperienza, imparo che, per capire gli adolescenti, dobbiamo compiere uno sforzo ulteriore, uscire dagli schemi rassicuranti e protettivi dietro ai quali ci preserviamo, e dobbiamo farlo insieme: famiglia, scuola, istituzioni… la società intera».

di Silvia Camisasca

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15 novembre 2019

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