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Combattenti
contro il drago dell’oblio

· Nella produzione del nippo-britannico Kazuo Ishiguro ·

Lo scrittore Kazuo Ishiguro

«Forse Dio stesso aveva dimenticato tante cose del nostro passato, avvenimenti remoti come del giorno stesso. E se qualcosa non ha sede nella mente di Dio, che speranze può avere di restare in quella di esseri mortali? (…) Forse Dio si vergogna talmente di noi, di qualcosa che abbiamo fatto, che vorrebbe egli stesso dimenticare».

A porsi queste domande sul valore della memoria sono gli anziani coniugi Axl e Beatrice, protagonisti de Il gigante sepolto (Einaudi 2015), ultimo romanzo del neo premio Nobel per la letteratura Kazuo Ishiguro. Ambientato nell’Inghilterra del sesto o settimo secolo, il romanzo è incentrato sulla grande domanda se ricordare sia indispensabile per vivere o, se, al contrario, il fatto di dimenticare salvi l’esistenza, e i rapporti tra le persone. Domanda, in realtà, sottesa a tutta la produzione di Kazuo Ishiguro (rispettivamente cognome e nome, in quest’ordine, per volontà dello stesso autore), scrittore britannico nato a Nagasaki nel 1954, ma vissuto in Inghilterra sin dall’infanzia.

Se la scelta coraggiosa di Axl e Beatrice va contro quella della loro comunità, che ha placidamente accettato di farsi inghiottire dalla nebbia della dimenticanza causata dall’alito del drago Quering, il coraggio di questi due anziani — perché il ricordo è anche dolore, rabbia e disperazione — lo ritroviamo anche in tanti altri personaggi di Ishiguro.

Contro il drago hanno infatti combattuto Etsuko, la tormentata vedova giapponese trapiantata in Inghilterra del romanzo d’esordio Un pallido orizzonte di colline (1982); Masuji Ono, l’io narrante di Un artista del mondo fluttuante (1986), l’anziano pittore giapponese messo in un angolo a fine guerra perché sostenitore dell’imperialismo nipponico. E ancora il celeberrimo maggiordomo inglese Stevens di Quel che resta del giorno (1989), il pianista Ryder che si ritrova in un hotel del centro Europa con grappoli di amnesia (Gli inconsolabili, 1995) e Christopher Banks, il più famoso detective del Regno Unito che in Quando eravamo orfani (2000) ritorna alla Shanghai di inizio Novecento dove si è svolto l’unico giallo che non riesce a dipanare. Una combattente è, del resto, nel meraviglioso Non lasciarmi (2005), Kathy, studentessa-cavia narrante, una dei tanti cloni creati in laboratorio per donare gli organi e curare gli umani malati.

Combattere non significa però necessariamente vincere, ci va ripetendo Ishiguro da ormai trent’anni attraverso i suoi sette romanzi e una raccolta di racconti, produzione non ricchissima ma capace comunque di restituire lo sguardo di uno scrittore molto pacato (la biografia nippo-british non sembrerebbe, del resto, lasciar spazio ad altro) ma assolutamente scompaginante. Perché Ishiguro sceglie di riflettere sul valore della memoria cambiando ambientazioni, andamenti, spirito, ottiche, toni e stili. Perché cambiare non significa affatto tradire se stessi.

Del resto, tra le tante interviste e dichiarazioni rese, Ishiguro ha svelato una parte importante di sé e del suo lavoro raccontando che quando, a 6 anni non ancora compiuti, arrivò con la famiglia in Inghilterra, i genitori pensavano che il soggiorno sarebbe durato poco: «Si sentirono così responsabili di tenermi in contatto con i valori giapponesi». Senza sapere — o sapendo benissimo — che crescere con doppie radici è la dimostrazione vivente di quanto ricordare sia, nel bene e nel male, vivere.

di Giulia Galeotti

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09 dicembre 2019

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