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Colui che non ci abbandona

· Filosseno di Mabbug e il dono dello Spirito ·

Filosseno, vescovo di Mabbug morto nel 523, è una delle figure più importanti e affascinanti della letteratura siriaca. Di origine persiana, si formò nella scuola teologica di Edessa, ebbe molti rapporti con i centri monastici siriaci e scrisse, tra l’altro, un piccolo trattato Sull’inabitazione dello Spirito santo nel cuore dei battezzati.

 «Pentecoste» (XIII secolo, evangeliario siriaco, monasterodi Mor Gabriel Tur Abdin)

Nel testo il vescovo siriaco risponde alla domanda se lo Spirito si allontani o meno dal cuore dell’uomo peccatore: «Nel nostro battesimo, abbiamo ricevuto lo Spirito santo per mezzo delle acque battesimali, per grazia di Dio; e non perché delle volte rimanga e delle volte ci abbandoni, ma affinché diventiamo suo tempio e lui abiti continuamente in noi, come dice Paolo: “Voi siete il tempio di Dio, e lo Spirito di Dio rimane in voi” (1 Corinzi, 3, 16)». Seguendo l’insegnamento paolino, Filosseno vede il corpo dell’uomo battezzato trasformato in santuario dello Spirito santo, non distrutto da alcun peccato: «Anche se pecchiamo in qualsiasi modo, a eccezione dell’apostasia, la nostra fede in Dio rimane intatta, e anche la nostra filiazione divina».

L’esempio del figliol prodigo serve subito dopo come modello per presentare questa filiazione ricevuta come dono dello Spirito nel battesimo: «E il figlio, quand’era ancora peccatore e dopo aver dilapidato col suo agire tutta l’eredità di suo padre, anche in quel frangente chiamava Dio suo padre. Questo ci mostra che la grazia dello Spirito santo che gli permette di chiamare Dio “padre” non l’ha abbandonato».

Per il vescovo di Mabbug anche nella liturgia è lo Spirito che ci dà la forza di invocare Dio come padre: «In realtà i fedeli quando invocano Dio come padre al momento dei santi misteri non lo fanno per conto proprio ma perché il sacerdote che presiede davanti a tutto il popolo glielo permette. E non avrebbe la potestà di farlo se lo Spirito santo abbandonasse quelli che sono peccatori».

Filosseno presenta quasi una parafrasi dello svolgimento della celebrazione liturgica e delle diverse preghiere che il sacerdote fa su se stesso e sul popolo per essere degno di ricevere i santi misteri: «Il sacerdote dall’inizio chiede il perdono e la purificazione dai propri peccati (…). E compiuto il sacrificio divino e completati i misteri per la discesa dello Spirito santo, non distribuisce il sacramento agli altri prima di averlo ricevuto lui stesso per annunciare davanti a tutta la Chiesa che è un dono per la remissione dei peccati».

Il vescovo siriaco riporta anche il testo liturgico che il celebrante adopera per ognuno dei fedeli al momento della comunione eucaristica: «E perciò quando il sacerdote distribuisce i misteri proclama: “Il corpo di Dio per la remissione dei peccati, e il sangue del figlio di Dio per il perdono delle offese”. Avvicinandoci a ricevere i misteri del nostro salvatore, ci avviciniamo come peccatori nel bisogno. Coloro che vi si avvicinano, ricevono i misteri per la remissione dei loro peccati, siano preti o il popolo».

Poco più avanti Filosseno adopera l’immagine del medico fedele accanto all’ammalato e la applica alla presenza costante dello Spirito accanto all’uomo peccatore: «Sarebbe sbagliato dire che lo Spirito santo se ne va al momento del peccato e ritorna col pentimento, sarebbe presentarlo quasi un disertore. Se non fosse con me al momento della mia caduta per aiutarmi a rimettermi in piedi, quale sarebbe il suo soccorso? Quando l’uomo è ammalato è allora che il medico rimane al suo capezzale».

E a questo punto l’autore introduce un’immagine che l’accompagnerà sino alla fine del trattato: quella dello Spirito santo come «anima dell’anima», ed è interessante notare che il termine siriaco usato si può tradurre come «anima», «vita», «soffio vitale», che per Filosseno rimane anche dopo la morte. «Perché lo Spirito santo che riceviamo da Dio è l’anima della nostra anima. Perciò fu dato agli apostoli per mezzo dell’unzione. E anche noi abbiamo ricevuto lo Spirito affinché sia un’anima per la nostra anima, come la nostra anima è un’anima per il nostro corpo. E lo Spirito non se ne va di fronte ai peccati; piuttosto essi fuggono alla presenza dello Spirito».

Filosseno introduce infine il tema della presenza dello Spirito anche dopo la morte, presenza che si manifesta specialmente nei santi e nelle loro reliquie: «Lo Spirito rimane durante la vita del corpo e anche dopo la morte, specialmente negli apostoli, nei martiri e nei santi, e opera miracoli e prodigi».

La presenza dello Spirito è evocata da Filosseno anche per il momento della risurrezione, come forza che dà la vita: «Al tempo della risurrezione, quando le anime ritornano ai loro corpi, trovano lo Spirito santo in loro. E la nostra risurrezione avverrà per la forza dello Spirito santo che è in noi. Per questo la morte non la si chiama morte ma sonno».

Il testo si conclude con un’esortazione alla fiducia e alla vigilanza che riassume il senso del trattato: «Tu, o discepolo, devi credere che lo Spirito santo che hai ricevuto nelle acque del battesimo rimane in te e non ti abbandonerà mai. Se il sonno ti arriva, svegliati; se cadi nel peccato, alzati. Colui che è la nostra giustificazione è vicino, ed è lo Spirito santo che il Signore ci ha dato per sempre».

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