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Colui che nella debolezza
mostra la sua forza

· L’omelia di Severo d’Antiochia sul Trisaghion ·

La centoventicinquesima omelia cattedrale di Severo d’Antiochia, pronunciata nel 518, è l’ultima di quelle predicate durante i suoi sei anni di episcopato nella capitale dell’Oronte. Il patriarca commenta il trisàghion (letteralmente, “tre volte santo”) secondo la formula “santo Dio, santo forte, santo immortale (hàghios ho theòs, hàghios hischyròs, hàghios athànatos), crocefisso per noi, abbi pietà di noi”. Acclamazione liturgica tratta da testi veterotestamentari (Isaia, 6, 3 e Salmi, 41, 3) e attestata al concilio di Calcedonia (451), il Trisaghion era divenuto controverso per l’aggiunta “crocefisso per noi” introdotta dal patriarca antiocheno Pietro Fullone (468-488).

All’inizio l’omelia parla di Paolo, modello di apostolo ed esempio di uomo di fede nelle lotte e nella predicazione, ma poi Severo presenta se stesso, vescovo della Chiesa di Antiochia che, come Pietro, confessa Cristo: “Ho messo davanti ai vostri occhi la fermezza della fede ortodossa e ho rifiutato quello che è estraneo alla confessione di fede apostolica”. E qui inizia il commento vero e proprio, in chiave cristologica, al canto del Trisaghion: “Alcuni hanno osato togliere dalla dossologia del Trisaghion l’aggiunta ‘crocefisso per noi’. Ma questa dossologia è perfetta con l’aggiunta ‘crocefisso per noi’ perché è al nostro salvatore Cristo che si canta”. Questa lettura rimarrà fino a oggi nelle tradizioni di molte antiche Chiese cristiane orientali.

Severo, considerando il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio, passa al commento della prima acclamazione del Trisaghion: “Per questo confessiamo e professiamo – e, direi, ci meravigliamo di fronte alla gloria di questo mistero – che, dopo aver svuotato se stesso, Cristo non ha smesso di essere Dio. Anzi, facendosi uomo senza cambiamento, non ha oscurato lo splendore della divinità e fa quello che è proprio di Dio e quello che conviene all’economia della nostra redenzione. Per questo innalziamo a lui la lode e diciamo: santo Dio”.

La passione del Verbo di Dio incarnato illumina poi la seconda acclamazione del Trisaghion: “E poiché si è fatto uomo, ha preso su di sé volontariamente le malattie della carne, le ingiurie, le sofferenze, la flagellazione, la crocefissione e così ha fatto vedere che è forte e ci ha salvati, lui il forte che ha vinto Satana, per questo lo acclamiamo: santo forte”. La risurrezione di Cristo spiega infine la terza acclamazione del Trisaghion: “E dopo che nella carne ha subito la morte ed è disceso nello sheol, il terzo giorno è risuscitato, perché era immortale per natura, benché nel suo corpo potesse soffrire e morire; a lui quindi che abbiamo visto immortale nella morte, a lui nella lode diciamo: santo immortale”.

Infine Severo commenta l’aggiunta al Trisaghion: “Noi abbiamo visto l’Emmanuele che, messo in croce, mani e piedi inchiodati, messo a morte per mezzo della croce, ha vinto Satana. Perciò annunciamo anche il mezzo con cui è messo a morte, cioè la croce, confessando la grandezza della sua forza e dicendo apertamente: santo immortale, crocefisso per noi, abbi pietà di noi”. Il vescovo di Antiochia conclude l’elogio del Trisaghion presentandolo come sintesi di tutto il mistero della fede cristiana: “Questa lode quindi viene detta all’unigenito di Dio, al Verbo, che per noi si è incarnato e si è fatto uomo. Infatti che il Padre è per natura Dio e forte e immortale, e allo stesso modo lo Spirito, è chiaro a tutti. Così, rifiutando la stoltezza e l’incredulità, diciamo: santo Dio, che per noi ti sei fatto uomo senza cambiamento e rimani Dio; santo forte, tu che nella debolezza hai mostrato la forza; santo immortale, crocefisso per noi, che nella carne hai sopportato la morte in croce e hai fatto vedere che sei immortale anche quando sei morto”.

Concludendo l’omelia Severo difende l’origine molto antica di questa formulazione del Trisaghion, che è antiochena proprio come il nome dato ai discepoli di Cristo secondo il racconto degli Atti degli apostoli: “E questa lode è iniziata nella nostra città di Antiochia, allo stesso modo in cui qui ha avuto inizio il nome dei cristiani, lode che già è arrivata alle Chiese dell’Asia e cammina verso tutte le altre Chiese”.

Manuel Nin

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22 ottobre 2019

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