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A colloquio
con il mondo

La sera del 24 settembre 1965 Paolo VI colloquiò a lungo con un giornalista italiano, Alberto Cavallari, che per il «Corriere della Sera» stava lavorando a un’inchiesta, raccontata poi in una ventina di articoli e rielaborata l’anno successivo nel libro Il Vaticano che cambia. L’intervista fu pubblicata il 3 ottobre — proprio mentre il Papa partiva per New York, dove avrebbe parlato all’Onu — e fece clamore, anche se non era la prima di un Pontefice: su «Le Figaro» del 4 agosto 1892, infatti, era uscita quella sull’antisemitismo rilasciata il 31 luglio da Leone XIII a Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy.

«Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano» disse Montini a Cavallari, «ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d’oggi». Il colloquio fu disteso, e verso la fine Paolo VI accennò anche all’appuntamento alle Nazioni unite, citando un salmo — «parlerai davanti ai re e non ti confonderai» — ma stemperando subito dopo, con semplicità, la solenne citazione biblica: «Ma chissà se anche noi riusciremo a cavarcela bene o male davanti a tanta gente importante».

In poco più di trenta ore, dall’alba del 3 ottobre al mezzogiorno del 5, si concentrò l’esito del viaggio che il Papa, parlando in francese, descrisse al Palazzo di vetro con un’immagine suggestiva: «Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata», perché «è da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con noi una lunga storia; noi celebriamo qui l’epilogo d’un faticoso pellegrinaggio in cerca d’un colloquio con il mondo intero, da quando ci è stato comandato: “Andate e portate la buona novella a tutte le genti”. Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti».

Accompagnato da otto cardinali in rappresentanza dei cattolici di tutto il mondo, Paolo VI si presentò all’assemblea generale delle Nazioni unite anche a nome del concilio, che in Vaticano stava vivendo le sue ultime intensissime settimane: «esperti in umanità», disse il Papa, «sentiamo di fare nostra la voce dei morti e dei vivi», e quella «dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso». Voci che Montini riassunse nel grido poi ripetuto dai suoi successori: «non più la guerra, non più la guerra!».

Le armi, infatti, «generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi» ed «esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli» osservò acutamente Paolo VI. Che poco prima aveva chiesto all’assemblea dell’Onu di aprirsi a quei Paesi che ne erano ancora esclusi — Cina e Indonesia, ma anche quelli divisi come Germania, Corea e Vietnam — e subito dopo ammonì al rispetto della vita dell’uomo, criticando il controllo artificiale delle nascite volto a «diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita».

Non a caso, cinquant’anni dopo la visita di Montini, il Papa ha ripreso nel discorso all’Onu le conclusioni del suo predecessore, ripetendo che «l’edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo». Ben consapevole della situazione descritta da Paolo VI nel colloquio con Cavallari. Perché anche oggi, come mezzo secolo fa, «milioni di persone non hanno più fede religiosa. Di qui nasce la necessità per la Chiesa di aprirsi. Dobbiamo affrontare chi non crede più».

g.m.v.

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