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Collezionista e pittore

· ​Una mostra al Museo Hergé di Louvain-la-Neuve racconta la passione del disegnatore per l’arte ·

Copie di quadri, lettere dell’alfabeto in plexiglas, gioielli in oro, statue astratte: in Tintin et l’Alph’Art, l’ultimo album che racconta le avventure del giovane reporter e del suo fedele compagno Milù, rimasto incompiuto dopo la morte di Hergé, l’arte occupa il primo posto. Le ultime bozze realizzate dal mitico fumettista belga di fatto mostrano Tintin alle prese con il terribile mago Endaddine Akass, guru di una setta e trafficante di false opere d’arte. Un personaggio direttamente ispirato a un truffatore vero, Fernand Legros, un mercante d’arte americano di origine francese. In questo ventiquattresimo album, Tintin si erge a custode dell’arte, a immagine del suo creatore nella vita reale, che s’identificava completamente con i personaggi che aveva creato, primo fra tutti il giovane reporter.

Hergé con Andy Warhol

È proprio questo forte attaccamento all’arte di Hergé, e in particolare alla pittura, ad avere un posto d’onore nella mostra temporanea al Museo Hergé, a Louvain-la-Neuve, in Belgio. Una mostra intitolata «Tonnere de Brest!», in omaggio al capitano Haddock. Un centinaio di quadri e sculture sono esposti nelle sale dell’edificio realizzato dall’architetto francese Christian de Porzamparc e aperto nel 2009, per volontà di Fanny, la seconda moglie del disegnatore. Include anche opere acquistate o ricevute da Hergé per arricchire la sua vasta collezione personale, e quadri dipinti dal padre di Tintin stesso, spiega al nostro giornale Anne Eyberg, direttrice del museo.

Hergé aveva un debole per l’arte moderna, e in particolare per l’arte astratta, di cui si trovano validi esempi nelle sale colorate del museo, come una Cafetière di Jean Dubuffet, una Aubépine di Auguste Herbin, o ancora le minimaliste Aluminium series dell’americano Frank Stella. È un mirabile paradosso per il padre della “linea chiara” nel fumetto l’avere appeso ai muri del suo appartamento o dei suoi atelier a Bruxelles tele incise di Lucio Fontana oppure collage su carta del pittore astratto belga Louis Van Lint.

«Tutte queste opere sono state acquistate d’istinto» ci spiega Marc Vanhacter, guida del Museo Hergé. «Alcuni artisti, come Joan Miró, hanno direttamente ispirato Hergé nella creazione degli episodi più interessanti degli album di Tintin». Lo stile disordinato e caotico di alcuni dipinti del maestro catalano si può ritrovare per esempio nella scena in cui Tintin e Haddock seminano il panico in un villaggio svizzero a bordo di una Lancia Aurelia guidata da un italiano desideroso di mostrare il suo talento di pilota (L’affaire Tournesol), o ancora quando, nel salone di un tranquillo hotel della Savoia, il risveglio brutale del giovane reporter dopo un incubo fa sobbalzare tutti gli altri clienti (Tintin au Tibet). In alcuni album, come Coke en Stock, Hergé non esita a riprodurre vere tele di Picasso e di Miró, come quelle che decorano la cabina privata dello yacht del Marchese di Gorgonzola, alias Roberto Rastapopoulos. Anni prima, il Quadrato nero su sfondo bianco di Kasimir Malevič ispira un episodio in cui Tintin si trova nel paese dei Soviet, interamente in bianco e nero per creare suspense.

di Charles de Pechpeyrou

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15 settembre 2019

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