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Collegialità e sinodalità
per sanare la piaga degli abusi

· La seconda giornata dei lavori dell’incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa ·

L’immagine della Pietà, madre «spezzata nella sofferenza e consolante nell’amore avvolgente», si è stagliata sulla seconda giornata dell’incontro dedicato alla protezione dei minori nella Chiesa. È l’abbraccio di condivisione totale consumato da Maria sotto la croce, icona della Chiesa madre amorevole, a farsi immagine e modello dell’impegno condiviso, sinodale, per fronteggiare il dramma degli abusi. Un abbraccio che deve anticipare e superare qualsiasi risposta e azione. Il cardinale Cupich — nella seconda relazione che ha caratterizzato la sessione mattutina di venerdì 22 febbraio — lo ha ribadito con decisione: «Nessuno degli elementi strutturali che adottiamo come Chiesa sinodale, per quanto importanti, può guidarci fedelmente in Cristo a meno che non ancoriamo tutti i nostri provvedimenti al dolore penetrante di coloro che sono stati abusati e delle famiglie che hanno sofferto con loro».

Procede intenso il cammino dei vescovi e dei superiori riuniti in Vaticano. E l’auspicata ricerca di concretezza nelle risposte — dopo la presa di coscienza della pervasività e della drammaticità del problema e dopo l’assunzione di responsabilità — è giunta al nodo fondamentale della cosiddetta accountability, ovvero del “rendere conto”, dell’individuazione delle procedure, della costruzione di strutture legali e istituzionali che garantiscano risposte giuste, adeguate, efficaci.

La parola chiave, evocata a più riprese e scaturita già dalle riflessioni del giorno precedente, è stata “collegialità”. Nessuno — ha sottolineato il cardinale Gracias nell’intervento iniziale — può dire: «Questo non mi riguarda». La collegialità è un contesto essenziale per affrontare le sfide degli abusi: «Ognuno di noi è responsabile per tutta la Chiesa». Il male, questo male, ha una sua radice profonda e culturale — il clericalismo ne è uno degli aspetti fondamentali — e la vulnerabilità del singolo non si supera pienamente se non è condivisa. Un’immagine quasi plastica di questa realtà si era avuta il giorno precedente quando l’assemblea, riunita da tutto il mondo, aveva ascoltato insieme le testimonianze di cinque abusati. Nessuno può dire: «Questo non mi riguarda».

E anche la seconda giornata dell’incontro è stata avviata nel segno dell’ascolto. Durante la preghiera iniziale è stata infatti letta la tragica esperienza di una vittima di abusi: «Quando Gesù stava per morire, sua madre era con lui. Quando sono stato abusato da un sacerdote, la mia madre Chiesa mi ha lasciato solo...». Ancora la Pietà: il posto della madre è sotto la croce.

Dopo l’introduzione del moderatore padre Lombardi — che ha raccolto i sentimenti dell’assemblea facendo gli auguri al Papa per la festa della Cattedra di San Pietro — il dibattito è stato avviato dalla relazione del cardinale Gracias, dedicato proprio alla «Accountability in una Chiesa collegiale e sinodale». Nessun vescovo, ha detto il porporato, deve essere lasciato solo nell’affrontare questa sfida. Riportando anche sue esperienze personali, l’arcivescovo di Bombay ha affrontato il tema della vulnerabilità, della difficoltà umana di riconoscere e fronteggiare adeguatamente il male, e anche dell’«umiltà» che ogni vescovo deve avere «nell’ammettere i propri errori». È proprio per questo che occorre collegialità nell’avviare percorsi di «giustizia» e di «guarigione».

È stato quindi il cardinale Cupich a focalizzare «quattro principi sinodali» che devono «plasmare ogni riforma strutturale, legale e istituzionale progettata per affrontare l’enorme sfida» rappresentata dalla realtà degli abusi sessuali da parte del clero. Sono nell’ordine: un ascolto radicale, il coinvolgimento essenziale dei laici, la collegialità, e l’accompagnamento delle vittime.

Scendendo ancor più nel dettaglio, l’arcivescovo di Chicago ha anche proposto alcune osservazioni operative riguardanti l’identificazione di standard per condurre le indagini e i meccanismi per la segnalazione delle accuse.

Nel pomeriggio di giovedì, intanto, l’assemblea aveva completato il confronto sul tema della giornata. Il cardinale Salazar Gómez ha acceso i riflettori su una delle parole cardine per comprendere dove si annidino le responsabilità. La «radice profonda» della crisi è nel «clericalismo». Non è facile opporvisi perché, ha spiegato, «è una mentalità che ha permeato la nostra Chiesa negli anni», ma occorre «smascherarlo» e realizzare una vera e propria «conversione». Perché, ha commentato rifuggendo da ogni possibile scappatoia: «Il danno non è fatto da esterni, e i primi nemici sono all’interno, tra i vescovi, i sacerdoti e le persone consacrate che non siamo stati all’altezza della nostra vocazione. Dobbiamo riconoscere che il nemico è dentro».

Nel clericalismo si ritrovano tutti i modi, i tanti modi, in cui la Chiesa ha voltato lo sguardo, ha sottovalutato, negato, taciuto. E il porporato colombiano ha analizzato le responsabilità del vescovo come pastore e come membro di un collegio, ma anche quelle verso sacerdoti e persone consacrate e quelle, non ultime, verso il popolo di Dio. Tutte situazioni che non vanno mai e in nessun modo minimizzate: sarebbe, infatti, un «mostruoso travisamento del ministero sacerdotale». E «non c’è alcuna giustificazione possibile per non denunciare, per non smascherare, per non affrontare con coraggio e fermezza qualsiasi abuso si presenti all’interno della nostra Chiesa». Proprio per questo il cardinale ha sottolineato l’importanza del ruolo svolto dai media e dalla loro costante pressione di fronte a questa crisi: «Anche se si trattasse di un solo caso di abuso», è fondamentale «smascherare questi lupi!».

di Maurizio Fontana

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17 ottobre 2019

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