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Colazione senza sfarzo
da Tiffany

· ​Incomunicabilità e stile bohémien nel romanzo di Truman Capote ·

In attesa di trovare il proprio posto nel mondo, Holly Golightly cerca ogni giorno rifugio nella gioielleria Tiffany a New York. Non è necessario entrarvi: già osservare la vetrina, dove sono esposti diademi e gemme, rappresenta un conforto per lo spirito. Ma la protagonista del romanzo breve di Truman Capote Colazione da Tiffany — pubblicato in Italia sessant’anni fa — non è una snob irretita dal lusso e dal superfluo. Nel luccichio di quei gioielli — lei che conduce una vita sregolata, stile bohémien — vede come riflessa la scintilla di un’esistenza semplice, senza pensieri. Nonostante l’apparenza, non cerca lo sfarzo: il gioiello è solo un simbolo, e non rischia di “corrompere” la natura umana. E tale rilievo ben si lega al nuovo programma lanciato da Tiffany & Co per promuovere tracciabilità e trasparenza dei diamanti: insomma, non ci deve essere più il sospetto di blood diamonds per la celeberrima gioielleria sulla Fifth Avenue. 

La mattina — mentre gusta un pezzo di cornetto e tiene in mano, come una sorta di trofeo, un bicchiere col caffè — Holly contempla la vetrina e nel sognare sfoga le sue “paturnie”. Con un linguaggio brioso, la storia della protagonista è raccontata da un aspirante scrittore, suo amico e vicino di casa. L’opera si configura come un lungo flashback, punteggiato dalle vicissitudini della protagonista (perderà il bambino che reca in grembo, verrà arrestata) la quale frequenta il bel mondo e persone danarose: con nessuna riesce a stabilire un rapporto di fiducia. L’unico vero legame lo ha con l’adorato gatto, rosso e senza nome. Capote crea dunque un contesto caratterizzato da un’incomunicabilità inquietante, che si manifesta con paradossale evidenza nelle feste capaci di gremire vastissimi saloni, ma dove in realtà nessuno si parla. E se parla, lo scambio è solo superficiale, non adatto a favorire tra gli interlocutori un rapporto serio. Non a caso il suono della musica sovrasta, in queste circostanze, il suono delle parole: ogni possibile dialogo è interdetto. Ed è lungo il crinale di questa incomunicabilità che si dipana l'esperienza di vita di Holly, alla continua ricerca di punti di riferimento, destinati poi a scivolare nell’oblio come granelli di sabbia. La morte del fratello Fred in guerra costituirà per la protagonista un colpo durissimo: nel mondo in cui lei cerca il “giusto posto” vi sono tanti vuoti che l’amore e l’amicizia — merce rara — non riescono a colmare. E la scomparsa del fratello viene ad approfondire drammaticamente il senso di quel vuoto che, nelle intense pagine del romanzo, assume un respiro quasi epico. Chi troverà il proprio posto nel mondo è il gatto (in una famiglia che ne prende amorevolmente cura). Se Holly, che alla fine parte per il Brasile, sia riuscita nella stessa impresa non si sa: rimane l'auspicio, in tal senso, formulato dall’aspirante scrittore. Truman Capote non digerì mai il fatto che il suo romanzo avesse guadagnato fama solo dopo che ne fu realizzata la trasposizione cinematografica. Come non accolse con favore il fatto che il film, girato nel 1961 per la regia di Blake Edwards, avesse introdotto forti cambiamenti rispetto al libro. Basti pensare al finale: meno incerto e più lieto quello confezionato nella versione cinematografico. Ma lo stesso Capote dovette inchinarsi alla grandezza di Audrey Hepburn, di ineffabile bellezza nelle vesti di Holly.

di Gabriele Nicolò

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21 marzo 2019

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